E’ un festival dell’ipocrisia il dibattito mediatico sulle unioni civili, se non si va al nocciolo della questione. Si vuole o no la donna-forno?

Dare l’impressione che l’approvazione o meno di una legge, che garantisca diritti e richieste delle coppie di fatto etero o gay, sia ancora in gioco è del tutto fuorviante. La grande maggioranza dell’opinione pubblica e delle forze in Parlamento è a favore. La Chiesa del “No” è stata messa in minoranza da anni, la gerarchia ecclesiastica tradizionalista è stata sconfitta nel cuore e nelle menti degli italiani, i fautori dell’ingerenza del Vaticano nella legislazione italiana sono stati messi in mora da papa Bergoglio. L’era di Bertone e Ruini è definitivamente finita. Semmai, quanti di noi sognavano e volevano una regolarizzazione delle coppie di fatto già decenni fa, non si immaginavano che si parlasse di adozione del cognome del partner e di residenza da stabilire a norma di legge: l’idea era di avere a disposizione uno strumento flessibile, privo di bardature eccessive, che tutelasse  esigenze fondamentali di convivenza.

 

Più fuorviante ancora è l’equivoco che sia in corso una generica battaglia tra cattolici e laici. Da tempo il cattolicesimo italiano è diventato multiforme e fortemente individualista in tutte le questioni della vita sessuale: divorzio, aborto, contraccezione, omosessualità, convivenze. Nel momento in cui le adunate Family –  pur ottenendo sponsorizzazioni vescovili e potendo contare sulla presenza di singoli gruppi  (come ogni tipo di lobbismo in una società aperta) non hanno più il marchio ufficiale della Cei né sono convocate associazione per associazione da parte dei suoi vertici – ciò equivale a un “liberi tutti” per i cattolici italiani. E non è una differenza da poco.

Liberi tutti di decidere secondo la propria coscienza e la propria visione. Vale per i cattolici e per i laici. Dopodiché, certo, ci sono in campo anche i pasdaran del fondamentalismo cattolico e gli ideologhi del “pago le tasse e quindi ho diritto a tutto”.

Tuttavia il nocciolo è un altro. L’era Renzi ci ha insegnato che l’uso di termini inglesi è sempre un’operazione poco chiara. Il Jobs Act ha portato alle tutele di lavoro dimezzate. Il Freedom of Information Act protegge l’opacità della Pubblica Amministrazione. La Stepchild Adoption aiuta a confondere. L’adozione da parte del partner del padre o della partner della madre non è dettata da necessità. Nessuno mette in dubbio l’affetto che regna nelle famiglie arcobaleno felici. O il malessere che può covare in quelle etero. Ma non è questo il punto. La cura del bambino da parte del partner del padre o della partner della madre può essere tranquillamente risolta da uno speciale affido: nessuno manderà il bambino in orfanotrofio alla morte del padre o della madre. L’insistenza sull’adozione è invece tutta ideologica: rivela la volontà di affermare che due padri, due madri o un padre e una madre sono un fatto identico e che la differenza delle storie va considerata irrilevante. E soprattutto va considerato irrilevante il modo con cui il bambino è venuto al mondo. Generato o prodotto? Non deve importare.

E qui che una vasta moltitudine di laici riflessivi, che da sempre si sono battuti per il divorzio, la legge sull’aborto, il referendum sulla fecondazione assistita, la libera commercializzazione della pillola del giorno dopo, si sente a disagio, pone interrogativi e pretenderebbe un dibattito libero e aperto senza che si agitasse la clava dell’ “amore”, che tutto giustifica.

Perché non c’è dubbio che – al netto del desiderio umanissimo che fa da sfondo e dell’orizzonte di affetto che verrà dopo – il processo per cui un uomo dà il seme, una donna fornisce l’ovulo, una altra donna ancora mette a disposizione l’utero assomiglia ad una catena di montaggio, la cui unica giustificazione è di fornire il bambino richiesto. Qualcosa non funziona in questa industrializzazione della nascita, che in molti paesi si è già tradotta in meccanismo di sfruttamento. (E che è altra cosa del gesto d’amore fuori dell’ordinario della sorella o dell’amica, che aiuta una donna impossibilitata a partorire).

Il Parlamento europeo si è pronunciato a grande maggioranza contro l’utero in affitto. Il parlamento francese ha organizzato sul tema un dibattito (ignorato dalla grande stampa in Italia) con la partecipazione di femministe storiche non certo bigotte.

E’ una catena di montaggio in cui volutamente viene tagliata fuori la storia psico-genetica di uno (o due) dei partner che danno vita al bambino. Sembra poco laico e poco umano voler rimuovere d’imperio il problema, censurando ogni interrogativo.

Perché in ultima analisi la questione va rovesciata. Non partendo dagli adulti, ma guardando al nascituro. Quale persona può arrogarsi il diritto di far nascere un bambino, togliendogli a priori la madre o il padre? Per quanti adulti poi si cureranno amorevolmente di lui, esiste una giustificazione alla pretesa di programmare scientificamente e per contratto che il nascituro sarà orfano di uno dei due – madre o padre – da cui discende?