Un padre che uccide i figli e si suicida e un uomo che dà fuoco alla compagna, incinta, e poi scappa. Del primo si dice che avesse problemi economici e del secondo chissà se si dirà che è stato solo un “raptus” e che in realtà non voleva. Due uomini italiani, di certo non musulmani, che trovano sulla stampa quantomeno una maggiore “comprensione” che ad altri, stranieri, non è mai concessa. E non sarebbe giusto in nessun caso, perché i delitti vanno osservati e analizzati per quel che sono. Al Family day, tra gli altri, lo scorso anno ci fu Kiko Arguello che parlò di “mancanza d’amore”. Chissà se tra uno Sposati e sii sottomessa e l’altro, che vede concordi Miriano e Adinolfi, almeno su questo punto, gli animatori del Family Day si chiedono come mai nelle famiglie “tradizionali” avvengano simili delitti. Chissà se a chiederselo sono quelli che “difendiamo i bambini dal gender”.

Hubert e Giulia, di 13 e 8 anni, di certo non sono stati uccisi dal Gender. Carla non è stata ustionata – e il suo bimbo non è stato quasi ucciso – dal Gender. E io ho difficoltà a procedere per paragoni tra i paradossi culturali che vengono imposti alla nostra attenzione e quel che accade realmente. Ma devo farlo, perché bisogna fare pulizia tra gli elementi che inquinano una discussione fatta con onestà intellettuale e la reale intenzione di prevenire e risolvere la violenza che accade dentro le famiglie. Che i figli siano uccisi da una donna o un uomo dovrà essere chiaro che si tratta di cultura del possesso. Perché se non ritieni che i figli siano “tuoi” non vedo perché tu debba decidere di portarteli nella tomba. E non mi dite che si tratta di follia. Lo chiedo soprattutto a chi attribuirebbe invece un simile delitto alla cultura “islamica” senza alcun dubbio nel caso in cui lui fosse stato uno straniero. La divisione tra folli e normali serve solo a legittimare autoritari dispositivi di controllo e potere, insegnava il buon Foucault.

Sono persone, che fanno male ad altre persone, per ragioni culturali, per difetti insiti nella “nostra” occidentalissima cultura. La stessa cultura che parla del gesto del buon padre di famiglia (o della buona madre santissima) quando a morire sono i figli. La stessa cultura che parla dell’amorevole uomo che soffre di crisi di abbandono o di chissà che altro quando si parla di una donna che si ritrova ustionata e con un figlio nato prematuro. Io spero che il governo, nelle figure del ministro Alfano e della consulente per la violenza di genere Isabella Rauti, abbiano tenuto il conto dei delitti di questo tipo dal momento in cui è entrata in vigore la legge contro il femminicidio. L’abbiamo detto in tant* che quella legge sarebbe risultata inutile, eppure il governo, a suon di annunci su provvedimenti repressivi e securitari, alimentati anche da una inutile campagna emergenziale che ha fatto si che questi delitti fossero definiti una questione d’ordine pubblico, di quella legge ha fatto uno dei tanti pretesti per raccontare una lotta contro la violenza di genere che non viene mai chiamata per nome.

C’è una violenza che viene inflitta perché cultura vuole che si imponga ad una persona un ruolo di genere ben preciso. Che cosa avrà mai potuto fare, quale No ha pronunciato, che gesto di autonomia ha prodotto questa donna per “meritare” di essere quasi bruciata viva? Cosa potranno mai dire quell* che pensano che simili aberrazioni possano essere compiute solo da “quelli dell’Isis”? E parlo delle stesse persone che non sanno fare altro che parlare di pene di morte, castrazioni e ulteriori metodi forcaioli, senza che poi rimettano in discussione, mai, la cultura sessista che invece alimentano. E se insisto nel rilevare questo dato è, ancora, per amore di chiarezza. La violenza non si risolve chiudendo le frontiere, obbligando alla conversione tutti i musulmani o, di contro, insegnando alle donne che la sottomissione è una figata. La prevenzione parte dall’educazione al rispetto dei generi. La prevenzione è conseguente al sovvertimento degli stereotipi di genere. I figli non ti appartengono. Donne e uomini hanno eguali diritti. La donna, compagna, amica, amante, moglie, madre, non ti appartiene. Dire che tu non devi fare violenza su una donna in quanto madre e risorsa dello Stato, per il ruolo di cura gratuito che svolge, così come alcune figure istituzionali hanno affermato, non è utile. Sconvolgersi per il fatto che questa donna è stata quasi uccisa nonostante fosse incinta non funziona, perché ci rimanda ancora a quegli stessi stereotipi di genere che sono motivo culturale del crimine che lei ha subito. Se lei non fosse stata incinta il crimine che ha subito sarebbe stato meno grave? Le donne vanno rispettate perché persone. I figli idem.

Le donne vanno rispettate non già per la loro “capacità” di essere sottomesse nel matrimonio, come direbbe un partecipante al Family day che intende così offrire la sua presunta adorazione solo verso le donne/madonne/sante, ma vanno rispettate in quanto persone. Anche se “sottomesse”, per quel che la parola significa nel gergo comune”, non sono affatto. Anche e soprattutto se sono autodeterminate, libere, se dicono di No e se fanno scelte che tu non condividi. Gli uomini che commettono questi delitti non sono mostri. Sono persone che immaginano, in un modo o nell’altro, di avere una giustificazione culturale per quel che fanno. Sono quelli del “se l’è cercata”. Quelli che non ascoltano campanelli d’allarme che dovrebbero preoccuparli e che pretendono compassione quando mostrano incontinenza da percosse, molestie, stupri, femminicidi.  Così accade quando un uomo pensa ancora di dover lavare l’onore con il sangue, quando si ritiene che la gelosia oppressiva sia un segno d’amore, quando l’appartenenza, il possesso, siano motivo di orgoglio in una relazione. Ciascun@ è responsabile di quel che fa, ma c’è una responsabilità collettiva che ci riguarda tutt*. Da quella responsabilità partiamo per raccontare a noi stess* i nostri limiti, le nostre debolezze, la cultura, gli stereotipi, tutto quel che può comporre e motivare un gesto di violenza. Ditemi: a voi è mai passato per la mente di maltrattare, picchiare, uccidere, compagn* o figli? Riconoscete nella cultura che respiriamo elementi che possano giustificare simili orrendi pensieri? Non lo dico da donna che pensa di essere superiore agli uomini o a chiunque altr@. Perché poi. Lo dico semplicemente da persona che vorrebbe si smettesse di parlarne senza parlarne o senza la reale intenzione di prevenire le violenze. Dunque, senza girarci attorno, che ne pensate?