Dopo Jean-Claude Juncker e Manfred Weber, è il turno di Pierre Moscovici. “Quale altro Paese beneficia di tutta la flessibilità prevista dal Patto di stabilità, inclusa la clausola sugli investimenti e quella sulle riforme strutturali?  – è la domanda retorica posta a margine del forum mondiale di Davos dal Commissario Ue agli Affari economici – nessuno”. Non si placa, quindi, il fuoco di fila aperto da Bruxelles in direzione di Roma e di Matteo Renzi, accusato venerdì dal presidente della Commissione Europea di “vilipendere” le istituzioni comunitarie. “Dobbiamo anche prendere in considerazione” la richiesta di ulteriore flessibilità per l’accoglienza italiana ai migranti, ha puntualizzato Moscovici concludendo: “No, non si può assolutamente dire che questa commissione sia ostile all’Italia”.

Boccia: “Juncker incarna un modello che non funziona più”– E anche Juncker cerca di rasserenare gli animi: “Non ci sono problemi tra il governo italiano e la Commissione – ha detto in conferenza stampa a Strasburgo – a parte un dibattito che qualche volte è condotto con parole maschie e virili, ma ci sono buone relazioni tra la Commissione, il suo presidente ed il colleghi italiani ed il primo ministro. C’è stato uno scambio vivace – ha proseguito – ma questo è normale in democrazia e non avrà conseguenze”. Parole che però non allentano la tensione col fronte renziano. Francesco Boccia, presidente della commissione Bilancio della Camera, ha dichiarato che “Juncker incarna un modello di UE che non funziona più”e che “l’errore politico è stato commesso a monte nel 2014, quando abbiamo lasciato guidare alla coppia Ppe-Pse, a trazione lussemburghese-tedesca Juncker-Schulz, non certo innovativa, le istituzioni europee”.

Per Boccia “entrambi sono dei restauratori di un modello di Ue che, purtroppo oggi possiamo dirlo: non porterà mai alla creazione degli Stati Uniti d’Europa“. Poi l’affondo contro il presidente della Commissione: “Quando Juncker parla di ‘mancanza di un interlocutore’ in Italia – prosegue – scredita pesantemente non soltanto i nostri rappresentanti in Ue, a partire dal sottosegretario agli Affari europei Gozi, ma anche il ministro Padoan che, com’è noto, passa molto tempo a Bruxelles“. Quindi, ha concluso, “se ha ragione Juncker mi chiedo cosa facciano i nostri in Europa; se ha torto, qualcuno nel governo li difenda. È evidente che qualcosa nel rapporto con Bruxelles non funziona”.

Moscovici: “L’Italia si muova per ridurre il debito” – Quindi, al di là dei tentativi di riportarla entro i livelli di guardia (Non c’è nessuna guerra” con l’Italia, “ora occorre abbassare la tensione e lavorare insieme con grande oggettività”, la mano tesa da Moscovici), la tensione tra Roma e Bruxelles rimane altissima. La seconda rasoiata del commissario arriva sulla questione del debito: “E’ chiaro che l’Italia debba ora muoversi per ridurre il debito – la sentenza emessa da Moscovici, in un’intervista a Bloomberg Tv a Davos – sì, il governo italiano sta facendo le riforme ed è una cosa positiva. Sì, sta riducendo il deficit, può anche usare la flessibilità. Ma è necessario che anche in Italia il rapporto debito-Pil diminuisca”, ha sottolineato Moscovici.

Dopo i richiami, i toni si fanno più distesi. “Il presidente del Consiglio italiano è un leader ambizioso e attento alle riforme concede Moscovici – e la Commissione Europea ha avuto molte occasioni per mostrare il suo apprezzamento verso quelle riforme”. Parole che somigliano a un invito a seppellire l’ascia di guerra: “Abbiamo bisogno di un rapporto positivo. Junker ha espresso i suoi pensieri perché ha ritenuto che la commissione avesse ricevuto delle critiche ingiuste. Ma capiamo la situazione (di Renzi ndr) e vogliamo discuterla”.

“Le discussioni, quelle intese a ricomporre la questione, però devono ancora iniziare. I dossier sul tavolo sono molti, e tutti spinosi. A cominciare da quello sulle banche: la Commissione ha bocciato ogni progetto italiano di usare il supporto pubblico per ripulire i conti degli istituti italiani gravati da oltre 200 miliardi di sofferenze. L’Ue considera, invece, problematico il blocco dell’Italia sul finanziamento del fondo di 3 miliardi di euro a favore dei profughi siriani in TurchiaRoma chiede che i fondi per Ankara non siano inseriti nel calcolo nel deficit. Ed anche sulla flessibilità, a Bruxelles si osserva che già alla fine del 2015 è stato raggiunto l’accordo politico perché possano essere cumulate quella per gli investimenti, quella per le riforme strutturali e quella per i rifugiati. Ma sono ancora da discutere nel dettaglio le cifre.

Portavoce Ue: “Modifica del regolamento di Dublino è vittoria dell’Italia? Pura speculazione” – Oggi, però, il Financial Times parla di vittoria dell’Italia in relazione alla decisione Ue di rivedere il regolamento di Dublino. Ma da Bruxelles ridimensionano quanto pubblicato dal giornale britannico: “Il presidente Juncker lo sta dicendo fin da settembre che la Commissione presenterà una revisione del regolamento di Dublino a marzo, non si capisce perché questa sia diventata una breaking news. Quanto al Financial Times, quello che scrive è pura speculazione, un po’ affrettata”. Il portavoce della commissione ha poi ricordato le parole di Juncker: “Nella prima metà di quest’anno, probabilmente in primavera – aveva detto il presidente – proporremo un nuovo sistema di Dublino, che preveda una distribuzione degli oneri. Questa è una necessità, visto che il sistema esistente, chiaramente non funziona”. Quanto ai dettagli della proposta, spiegano fonti Ue, “si stanno analizzando varie possibilità su come raggiungere un sistema di distribuzione più equo. Per il momento non ci sono decisioni politiche sulla direzione della riforma“.

Lo scambio di accuse tra Roma e Bruxelles – Ad aprire il fuoco era stato Renzi il 18 dicembre, quando nel Consiglio europeo era andato allo scontro con la cancelliera Angela Merkel. “Non potete raccontarci che state donando il sangue all’Europa, cara Angela”, disse Renzi. Il ‘casus belli’ era stato il raddoppio del North Stream, il gasdotto annunciato a settembre da Gazprom che dovrebbe collegare la Germania alla Russia attraverso il Mar Baltico. Progetto che l’Italia non condivise e contro cui si sono subito schierati i Paesi dell’ex Unione sovietica, con Polonia e Slovacchia capofila, che lo vedono come un modo per bypassare l’Ucraina e temono di essere definitivamente tagliati fuori dal grande gioco del gas. Soprattutto dopo lo stop dei “gasdotti del sud”: il Turkish Stream, che doveva collegare la Russia alla Grecia, e il South Stream, che doveva attraversare il Mar Nero e i Balcani.

Bruxelles aveva lasciato trascorrere le festività e poi, venerdì scorso, Juncker era partito con un attacco frontale al premier: “Il primo ministro italiano ha torto a vilipendere la Commissione a ogni occasione – sibilava il numero uno dell’esecutivo comunitario nella conferenza stampa di inizio anno– non vedo perché lo faccia”. Per poi circostanziare le accuse: “Sono stato molto sorpreso che alla fine del semestre di presidenza italiana Renzi abbia detto davanti al Parlamento che è stato lui ad aver introdotto la flessibilità, perché sono stato io, io sono stato”. “Non ci facciamo intimidire. L’Italia merita rispetto – replicava il presidente del Consiglio in un’intervista al Tg5 – la flessibilità è arrivata dall’Ue solo dopo molte insistenze da parte dell’Italia”. Poche ore prima fonti di Bruxelles avevano fatto trapelare che Roma era l’unico Paese a opporsi al piano di dare 3 miliardi di euro alla Turchia per arrestare i flussi migratori provenienti dal Medio Oriente.

Martedì nella querelle si era inserito Manfred Weber, il presidente del Partito Popolare Europeo: “Quando vediamo che l’Italia non è disposta ad aiutare la Turchia se non in cambio di una contropartita – ha detto durante la plenaria di Strasburgo – tutto ciò va a svantaggio dell’Europa, della sua forza e della sua credibilità. Renzi sta mettendo a repentaglio la credibilità europea a vantaggio del populismo”.

Renzi ha risposto sostituendo l’ambasciatore italiano presso le istituzioni Ue: al posto di Stefano Sannino a Bruxelles arriverà Carlo Calenda. Un politico di stretta ortodossia renziana al posto di un diplomatico: il vice ministro allo Sviluppo Economico – manager, molto vicino un tempo a Montezemolo, poi in Confindustria, dove ha lavorato sui principali dossier relativi al commercio e agli investimenti internazionali e negli ultimi anni spesso in viaggio con il premier o ad anticipare le missioni di Renzi nel mondo – è noto per la sua competenza sui dossier, ma anche per la sua concretezza e i suoi modi diretti che puntano ad arrivare dritto al cuore del problema. Per questo per Renzi è ‘l’interlocutore’ giusto con Bruxelles.