Non ordinarono di arrestare Bernardo Provenzano, nonostante conoscessero in anticipo il covo del padrino corleonese: un casolare nelle campagne di Mezzojuso, in provincia di Palermo, dove il 31 ottobre del 1995 era in corso un summit con i padrini dell’intera Sicilia. È per questo motivo che la procura generale di Palermo ha chiesto la condanna a quattro anni e sei mesi di carcere per l’ex generale del Ros dei carabinieri Mario Mori, e a tre anni e sei mesi per il colonnello Mauro Obinu: sono entrambi accusati di favoreggiamento e rischiano anche l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni.

Cade aggravante della Trattativa
Una richiesta dimezzata rispetto a quella avanzata nel processo di primo grado (quando la procura chiese nove anni per Mori e sei e mezzo per Obinu) poi conclusosi con l’assoluzione dei due imputati. Contrariamente al primo processo, infatti, nell’appello l’accusa ha deciso di rinunciare a due importanti aggravanti che erano stati contestati in precedenza: quello disciplinato dall’articolo 7, e cioè aver avvantaggiato Cosa nostra, e quello previsto dall’articolo 61, comma 2, del codice di penale, che invece sanziona l’aver commesso il reato per assicurare a sé o ad altri il prodotto o l’impunità di un altro reato. Il riferimento è per la Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra, oggetto di un altro dibattimento al momento in corso davanti la corte d’assise di Palermo, dove lo stesso Mori è imputato per violenza o minaccia ad un corpo politico dello Stato. Secondo la ricostruzione della procura palermitana, infatti, il generale non avrebbe volontariamente arrestato Provenzano, perché la latitanza del padrino corleonese era una delle “cambiali” del Patto siglato con Cosa nostra nel 1994, al termine della stagione a suon di bombe che insanguinò l’Italia.

Nel luglio del 2013, però, la corte presieduta da Mario Fontana non aveva creduto all’atto d’accusa della procura, assolvendo in primo grado Mori e Obinu, riconosciuti non colpevoli perché il fatto a loro contestato non costituiva reato. E adesso il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato ha quindi deciso di sganciare le condotte imputate a Mori e Obinu dalla ricostruzione del pool Stato mafia, soffermandosi soltanto sul mancato arresto di Provenzano,

“Non occorre provare Trattativa, ma il dolo”
“Proveremo a ridare al processo quella vita autonoma che, renderlo una costola del processo Trattativa, gli aveva tolto”, è stato l’esordio della requisitoria del pg davanti alla quinta sezione della corte d’appello di Palermo. In pratica la procura generale ha deciso di evitare la connessione tra il processo per il mancato blitz di Mezzojuso e quello sulla Trattativa tra pezzi delle Istituzioni e Cosa nostra. Una decisione che non è collegata in alcun modo alla sentenza emessa dal gup Marina Petruzzella il 4 novembre 2015, che aveva assolto con il rito abbreviato l’ex ministro Calogero Mannino dall’accusa di aver fatto da ispiratore alla Trattativa con i boss mafiosi. Già ad ottobre – e quindi prima dell’assoluzione dell’ex ministro – il sostituto pg Luigi Patronaggio aveva annunciato la volontà di rinunciare ai due aggravanti da parte dell’accusa nel processo d’appello. “Ci apprestiamo a fare questa operazione di salto critico della prova che vogliamo incentrare su fatti concreti – aveva spiegato Patronaggio – E ciò lo facciamo non perché non crediamo in questo groviglio istituzionale che è la trattativa, o perché non crediamo nell’esistenza di zone oscure, ma perché una volta per tutte dobbiamo uscire da questo impasse processuale per cui tutte le condotte che gli imputati hanno commesso nel tempo in modo seriale sono tutte riconducibili a condotte di tipo colposo. Qui invece noi vogliamo concentrarci su poche condotte, dimostrare che esse sono dolose, e non ci interessa dimostrare altro”. Secondo il pg, in pratica, non occorre provare che il movente del mancato arresto di Provenzano sia da collegare alla Trattativa tra le istituzioni e Cosa nostra, ma basta riscontrare che la sola condotta di Mori e Obinu nel mancato blitz di Mezzojuso sia stata dolosa per condannare i due ufficiali. È per questo motivo che sono caduti i due aggravanti contestati nel primo grado giudizio.

“Mori anfibio con interessi extra istituzionali”
In quasi cinque ore di requisitoria, Scarpinato ha quindi spiegato che la figura di Mori deve essere analizzata alla luce di molteplici “manipolazioni, falsi documentali e condotte che hanno oltrepassato i limiti della legalità e giustificate con l’adempimento del dovere”. Il magistrato ha ripercorso tutti i punti oscuri della carriera del generale: dalla mancata perquisizione del covo di Totò Riina in via Bernini, al mancato arresto di Nitto Santapaola a Terme Vigliatore nel 1993, fino ad arrivare proprio al blitz mai ordinato per mettere le manette a Provenzano. Tutte azioni collegate da un unico tipo di condotta, caratterizzata da “menzogne reiterate” dell’imputato. Nella sua requisitoria il rappresentante dell’accusa ha quindi allargato il quadro storico, citando anche il passato da ufficiale del Sid (il servizio informazioni della Difesa, antenato del Sismi) di Mori, descritto come un “soggetto dalla doppia personalità e dalla natura anfibia, che ha sempre deviato dalle regole per assecondare interessi extraistituzionali”. Un esempio? “Se nel gennaio del 1993 – ha spiegato il pg – si fosse perquisito il covo di Riina, subito dopo il suo arresto, la magistratura sarebbe potuta venire in possesso di documenti scottanti che potevano svelare i segreti di un potere. Documenti che avrebbero destabilizzato un certo sistema di potere”.

Le indagini sul mancato arresto di Provenzano cominciano con le dichiarazioni del colonnello Michele Riccio, il carabiniere che coordina l‘infiltrazione di Luigi Ilardo nella cerchia dei fedelissimi del boss corleonese. È proprio Ilardo che conduce Riccio all’arresto di una serie di latitanti, fino al summit organizzato nelle campagne di Mezzojuso dal capo di Cosa nostra. Solo che quel giorno di fine ottobre di 21 anni fa, al militare fu negato il via libera per entrare nel casolare ed arrestare Binnu ‘u Tratturi. Sei mesi dopo, e cioè il 10 maggio del 1996, un agguato misterioso lascerà sull’asfalto proprio il cadavere di Ilardo: l’infiltrato non avrà mai il tempo di diventare a tutti gli effetti un collaboratore di giustizia formalizzando le sue accuse.