Si dicono tutti “concerned”, “preoccupati”, parola inflazionatissima quando la Cina ne combina una grossa e al governo occidentale di turno tocca fare le acrobazie per protestare contro Pechino senza irritare Pechino. Quando poi il governo in questione è quello britannico, quel “concerned” è ancora più pesante, visto che Londra ha deciso recentemente di inaugurare la propria “golden decade” – decennio d’oro – nei rapporti bilaterali con la Cina, ricevendo in cambio fior fiore d’investimenti. Oggi, il “concerned” lo pronuncia il Foreign Office, perché ha appreso che uno dei cinque librai scomparsi nelle ultime settimane a Hong Kong è cittadino britannico. Un altro è svedese e quindi anche Stoccolma è “concerned”.

In origine, il caso è scoppiato il 30 dicembre quando si è saputo che Lee Bo, 65enne libraio del Causeway Bay Bookstore di Hong Kong era scomparso. L’uomo si era messo brevemente in contatto con la moglie da un numero di telefono di Shenzhen per dirle di essere impegnato a collaborare con le autorità cinesi su un’indagine non meglio specificata, aggiungendo che non sarebbe tornato a casa presto. C’è un problema: Shenzhen è nella Repubblica Popolare Cinese, mentre Hong Kong è una “zona amministrativa speciale” da quando, nel 1997, fu restituita alla Cina. Ha un proprio codice indipendente basato sulla Basic Law – la costituzione locale – e sul piano legale non ha nulla da spartire con Pechino. Che ci fa dunque un hongkonghese a Shenzhen? Come ci è arrivato o – più probabilmente – chi ce l’ha portato?

Si è così scoperto che in realtà gli scomparsi sono cinque, e Lee è solo l’ultimo. È noto esclusivamente il nome di un altro, Gui Minhai, sparito da ottobre quando si trovava a Pattaya, in Thailandia, dove ha una casa. È lui il cittadino svedese. Il comune denominatore tra tutti è il collegamento con la libreria di Causeway Bay o con Mighty Current Media, la casa editrice che le sta dietro e che si è specializzata in opere critiche, spesso condite da gossip, sui leader cinesi. Voci incontrollate parlano di un libro in uscita che racconterebbe di un misterioso amore del presidente Xi Jinping all’epoca della Rivoluzione Culturale, tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta.

A questo punto, è lecito sospettare una serie di “extraordinary rendition” per lesa maestà, per reato di gossip. A Hong Kong sono così cominciate le proteste contro la graduale “pechinizzazione” della vita quotidiana, sentimento di rifiuto già espresso dal “movimento degli ombrelli” di oltre un anno fa. La gente dell’ex colonia britannica non vuole perdere la propria indipendenza giudiziaria, i propri diritti civili, la propria libertà di parola e di stampa.

La novità del giorno, oltre alla scoperta del Foreign Office di avere un concittadino tra i desaparecidos è che il libraio 65enne Lee Bo sarebbe ricomparso. Si sarebbe messo in contatto via fax con un dipendente della libreria di Causeway Bay – tale Chen – spiegando di essere andato in Cina continentale “con propri mezzi” – il che escluderebbe il rapimento – per contribuire alla famosa indagine non meglio specificata. L’ha riportato l’agenzia CNA di Taiwan e in effetti la moglie di Lee ha ritirato la denuncia per scomparsa del marito.

Questo basta al quotidiano nazionalista cinese Global Times per scrivere che il caso è chiuso. In un articolo che ricostruisce la vicenda, il giornale ne approfitta per aggiungere che “certe librerie di Hong Kong” vendono libri di pettegolezzi “su figure politiche di alto livello, grazie allo speciale quadro giuridico che è diverso da quello della Cina continentale”. Ciò che rimane, è l’ancora irrisolto mistero di altri quattro uomini legati alla libreria e alla casa editrice che si sono volatilizzati. Hong Kong tornò nel 1997 sotto sovranità cinese in base alla formula “un Paese, due sistemi”. A Pechino si enfatizza la parte che precede la virgola, a Hong Kong quella che la segue. L’impressione è che quella virgola stia gradualmente trasformandosi in un “punto-fine”.

di Gabriele Battaglia