La perfezione nel cinema è una qualifica di difficile quanto rara attribuzione. Nasce dalla corrispondenza tra l’ambizione e la riuscita dell’opera, e solo in minima parte ha a che fare con la soggettività di chi l’osserva. Queste elementari notazioni di estetica aiutano a comprendere il motivo per cui Carol di Todd Haynes è un film perfetto. Osannato all’ultimo Festival di Cannes dove ha meritato il premio per l’interpretazione di Rooney Mara, è finalmente in uscita italiana il 5 gennaio, proprio alla vigilia dell’attribuzione dei Golden Globes (10 gennaio) ai quali concorre con cinque massime nomination.

Carol si ispira al romanzo The Price of Salt di Patricia Highsmith pubblicato nel 1952: naturalmente controverso e censurato, il testo lanciò una pietra infuocata contro il perbenismo borghese dell’epoca. Todd Haynes, che sulle fragilità umane diversamente mascherate è maestro anche grazie al suo autore/modello Douglas Sirk, ha fatto proprio il senso profondo del racconto. A chiamarlo al timone del progetto è stata la stessa Cate Blanchett, tra i produttori esecutivi e già “investita” del ruolo sovrano di Carol. A giudicare dal risultato della pellicola, nessun altro regista avrebbe potuto meglio interpretare cinematograficamente il torbido laccato di una New York post bellica che preparava il disagio giovanile americano splendidamente sintetizzato nel 1955 da Nick Ray (Gioventù Bruciata) ed Elia Kazan (La valle dell’Eden).

Ambientato nell’anno di uscita del romanzo, l’amore proibito tra la signora benestante Carol e la giovane cassiera Theresa precede di un soffio i giubbotti in pelle di James Dean e la presidenza repubblicana Eisenhower e dunque l’escalation della Guerra Fredda restando ancora sugli epigoni di quella coreana voluta da Truman. Gli Usa e in particolare l’ancora cupa New York rivisitata da Haynes vivono sulle incertezze psicofisiche della II Guerra Mondiale: questo è un dato rilevante nell’osservazione del mondo su e dal punto di vista di Carol, una donna ben diversa dalla Cathy di Lontano dal paradiso (2002), la magnifica pellicola che lo stesso cineasta aveva ambientato nell’autunno del 1957. La pur sottile variazione temporale implica una sensibile metamorfosi del modus vivendi et apparendi americano, in un crescendo di self confidence espressa in ogni dettaglio audio/visibile. L’ambizione del cineasta è di trasformare in sintomi epocali le personalità di Carol e Theresa, ed è emblematica la reazione di quest’ultima quando la prima le chiede se vuole sposarsi: “Io a malapena so cosa ordinare per pranzo”.

La ricerca spasmodica d’identità supera la consapevolezza dei personaggi che la intraprendono, animati da passioni, paure, ambizioni e amarezze che loro stessi non riescono ancora a decodificare perché “sentori” delle profonde modifiche storico-sociali-economico-politiche e quindi culturali che stanno per affacciarsi. Elegante, classico, scritto e interpretato magistralmente, drammatico e struggente a più livelli senza trascurare la speranza di un’emancipazione al femminile sul diritto alla diversità, Carol è un principe nel regno del cinema melodrammatico, dove ambizioni e soddisfazioni delle stesse arrivano a perfetto compimento. Da non perdere.