Sono stata sollecitata dalla lettera del collega Fabio Abenavoli direttamente colpito dalla morte di un figlio piccolo per cancro a ritornare su questo drammatico problema.

Il collega, in particolare, mi ha espresso il suo profondo sconcerto in relazione ad un recente articolo comparso sul Corriere della Sera in cui si invitano i lettori a donare 50 centesimi all’Airc per la ricerca sui tumori pediatrici ed in cui si afferma che tali tumori guariscono ormai nell’80% dei casi. Il collega Abenavoli di 55 anni, chirurgo, al di là delle affermazioni giornalistiche, ha esaminato anche il sito dell’Airc che trasmetteva nelle pagine principali l’informazione di un successo sui tumori infantili e solo nelle sezioni interne e nascoste “confessava” trattarsi di sopravvivenza e non guarigione e tutto ciò – lamentava il collega – per raccogliere finanziamenti!

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Infatti, è certamente vero che alcune forme di leucemia, in particolare le leucemie linfoblastiche, guariscono in modo definitivo e stabile in tale percentuale, ma purtroppo altre forme tumorali non hanno a lungo termine queste percentuali di guarigione e la stima riportata si riferisce alla sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi che è cosa ben diversa dalla guarigione.

Purtroppo poi ciò che si continua ad ignorare è che nell’infanzia e nell’adolescenza ci si ammala sempre più di cancro, in particolare nel nostro paese.

Riporto, una volta per tutte, gli ultimi dati disponibili e purtroppo aggiornati solo al 2008: in Italia nel periodo 2003-2008 nei bambini da 0 a 14 anni si sono registrati complessivamente per milione di maschi 190,8 casi di cancro rispetto ai 169 che si registrano nel Nord Europa o ai 178,7 degli Usa; nella stessa fascia di età per ogni milione di femmine in Italia ci sono stati 162,8 casi rispetto ai 150 del Nord Europa o ai 159,1 degli Usa. Negli adolescenti poi in Italiada 15 a 19 anni si registra un incremento significativo di tutte le neoplasie (Apc Annual Percentuale Change +2%) il complesso dei linfomi (Apc +2,9%), il linfoma di Hodgkin (+3,6%), il carcinoma della tiroide (+6,1%), il melanoma (+ 8,1%)…”. Drammatico anche il quadro che emerge da un recentissimo rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità sulla martoriata Terra dei Fuochi, perché, al di là del reiterato negazionismo di alcuni, risulta che: “Per quanto riguarda la salute infantile è emerso un quadro di criticità meritevole di attenzione, in particolare si sono rilevati eccessi nel numero di bambini ricoverati nel primo anno di vita per tutti i tumori, e, in entrambe le province, eccessi di tumori del sistema nervoso centrale nel primo anno di vita e nella fascia di età 0-14 anni.”

Ma ciò che è ancor più sconcertante – ad avviso mio e del collega più sopra citato – è che tutti gli sforzi sono comunque sempre e soltanto volti alla ricerca di terapie innovative, ma mai alla ricerca delle cause di tali patologie. Ci si dimentica che gli unici tumori da cui si guarisce nel 100% dei casi e senza sofferenza alcuna sono solo quelli che non si contraggono! Perché “accontentarsi” di percentuali più o meno lusinghiere di sopravvivenza e non piuttosto avere l’ambizione di evitare di ammalarsi, risparmiando la devastante esperienza di queste malattie soprattutto ai bambini?

Eppure, anche se la letteratura scientifica ormai indica con certezza il rischio di cancro nell’infanzia per esposizione – già in utero – a contaminanti ambientali come metalli pesanti, pesticidi, benzene, diossine etc., questi fattori di rischio vengono pressoché costantemente ignorati anche per ciò che di più prezioso una società dovrebbe avere, cioè l’infanzia.

La risposta a questa domanda è ovvia e non sono io a darla ma un famoso medico epidemiologo americano Devra Davis che in suo bellissimo libro scrive: “Il modo con cui si confezionano le conoscenze sui rischi ambientali ha poco a che fare con i casi della scienza. Ogni qual volta si solleva una questione di salute pubblica che ha ripercussioni per miliardi di dollari sulla vendita di un determinato tipo di beni l’onere della prova imposto a chi esamina i rischi può diventare tanto elevato da risultare insostenibile”. Come negare i costanti ritardi e le colpevoli omissioni che hanno portato a ritardare anche di decenni il riconoscimento della cancerogenicità di agenti a cominciare dall’amianto? E come non essere profondamente sconcertati di fronte alla notizia che l’associazione Airc che promuove la raccolta fondi ha avuto fra i propri presidenti un dirigente della Pirelli che, insieme ad altri 10, è stato condannato in primo grado a 6 anni e 8 mesi secondo una recente sentenza, per malattie e morti di tumore da amianto in una ventina di operai?

In definitiva purtroppo, al di là di tanti ingannevoli annunci, dobbiamo concordare con le parole della Davis: «La lotta contro il cancro ha combattuto molte battaglie sbagliate, con le armi sbagliate e sotto i comandanti sbagliati» .