C’è chi insulta Roberto Mandolini (il vice comandante della stazione Tor Sapienza) “ha fatto nu sburdell… se si faceva i cazzi suoi era tutto finito“, c’è chi sottolinea la necessità di trovare un buon avvocato, ci sono le ipotesi su chi finirà nel registro degli indagati, c’è anche l’idea di andare a fare rapine agli orafi nel caso l’Arma decidesse di buttarli fuori. E poi l’esplicita volontà di cercare di ottenere la sospensione della pena perché la prospettiva, quasi una certezza, è quella di prendere “5 anni” in primo grado. C’è infine anche l’ipotesi di fare un libro “così facciamo due soldi”; scriviamo “la vera storia… facciamo il primo capitolo e lo portiamo a Mondadori”. 

A parlare sono i carabinieri finiti nel mirino della Procura per la morte di Stefano Cucchi, fermato il 15 ottobre 2009 e morto dopo una settimana all’ospedale Pertini dopo “un pestaggio violentissimo”. Sono loro i protagonisti dell’inchiesta bis sulle violenze subite dal 31enne che era in custodia delle forze dell’ordine. Sono di questi uomini, ancora in divisa, le voci intercettate dagli uomini della Squadra Mobile di Roma sull’auto di servizio. Questa e altre conversazioni sono agli atti della nuova inchiesta partita solo qualche mese fa e che progredisce giorno dopo giorno.

Per la morte di Stefano Cucchi c’è già stato un processo in cui tra gli imputati non figuravano i militari dell’Arma e che si è parzialmente concluso con il verdetto della Cassazione che ha definitivamente assolto gli agenti della polizia Penitenziaria e stabilito un nuovo appello per i medici che erano stati assolti in secondo grado.

Il nuovo audio pubblicato dal sito del Corriere della Sera arriva dopo la pubblicazione di un’altra intercettazione: quello della lite tra un militare, Raffaele D’Alessandro, e la sua ex moglie. La donna è netta: “Lo hai raccontato tu della perquisizione, hai raccontato di quanto vi eravate divertiti a picchiare quel drogato di merda. Ma lo sai a quante persone lo hai raccontato? Sei tu che lo raccontavi” (Ascolta).

L’inchiesta bis sulla morte del geometra romano è nata dopo un esposto presentato dalla famiglia e alla luce di quanto scritto nelle motivazioni della sentenza dai giudici d’appello. I magistrati di secondo grado avevano, infatti, scritto che l’uomo “fu sottoposto ad una azione di percosse e “non può essere definita una ‘astratta congettura’ l’ipotesi prospettata in primo grado, secondo cui l’azione violenta sarebbe stata commessa dai carabinieri che lo hanno avuto in custodia nella fase successiva alla perquisizione domiciliare”.

Nel nuovo fascicolo sono state poi depositate le testimonianze – raccolte dall’avvocato dei Cucchi di due militari dell’Arma che dopo le assoluzioni hanno deciso di collaborare con la procura. Oltre a una nuova perizia firmata dal professore Carlo Masciocchi, presidente della Società Italiana di Radiologia, che confermerebbe che il ragazzo venne picchiato. I nomi di quattro carabinieri sono stati iscritti nel registro degli indagati nell’ottobre scorso: Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro appunto, Francesco Tedesco e Vincenzo Nicolardi, quest’ultimo per falsa testimonianza. Stesso reato contestato a Mandolini. Per la prima volta si è ipotizzato il reato di lesioni aggravate per i primi tre militari, che parteciparono alla perquisizione in casa Cucchi e al suo trasferimento nella caserma Appia. Ma è probabile che esistano altri filoni come ipotizzato ieri dall’avvocato della famiglia Cucchi, Fabio Anselmo: “Sono passati 6 anni, è ora che tutti parlino. Sospettiamo ci siano altri filoni di indagine aperti”.