Tra scaricabarile, mezze ammissioni, dietrofront e battute infelici, in questi giorni sulle banche si è visto di tutto tranne che un briciolo di onestà da parte di chi sarebbe chiamato a dare delle risposte. Sono state raccontate delle favole, come quella a cura del direttore generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, secondo cui la tutela dei clienti delle banche è stata rafforzata “da 3 o 4 anni” (prima Bankitalia aveva agito forse “con timidezza”, ammette serafico Rossi come se la tutela del risparmio non fosse un compito primario della banca centrale e un obbligo sancito dalla stessa Costituzione). Il punto non è solo che negli anni precedenti la Banca d’Italia sia stata “timida”, ma che abbia tranquillamente continuato ad esserlo. Anzi, ha anche favorito le operazioni di collocamento di bond subordinati alla clientela delle banche. Quegli stessi bond la cui vendita ora, a danno fatto, si vorrebbe vietare per legge facendo finta di non sapere che molti risparmiatori se li ritrovano indirettamente in portafoglio avendo investito in fondi comuni o avendo affidato i propri risparmi a una gestione patrimoniale. Quante obbligazioni “high yield” le banche hanno scaricato nei portafogli delle società di gestione da loro stesse controllate? Quanti conflitti d’interesse potenziali e reali si consumano quotidianamente alle spalle di ignari risparmiatori che sottoscrivono un fondo obbligazionario o bilanciato o di altro tipo ancora? Il fatto che in questi casi le perdite siano meno visibili – perché diluite – non le rende meno importanti.

Ma torniamo alle modalità con cui le banche hanno collocato le obbligazioni subordinate alla clientela prendendo come esempio l’istituto presieduto da Antonio Patuelli, che è anche presidente dell’Abi e che in questi giorni si è distinto per il sarcasmo con cui ha trattato la faccenda del decreto Salva banche e delle perdite subìte dai risparmiatori. Patuelli ha auspicato che la Commissione Ue imponga “caratteri di scrittura cubitali nei prospetti informativi alla stessa maniera di quanto si è fatto per le norme antifumo”. Il prospetto come il pacchetto di sigarette: “Così si offrirà una maggior protezione al risparmiatore”. Prendiamo ad esempio la sua banca, la Cassa di risparmio di Ravenna, anche perché questa è azionista della Banca d’Italia, il cui capitale è appunto posseduto dagli istituti di credito su cui dovrebbe vigilare: un conflitto d’interessi pazzesco che forse spiega quella certa “timidezza” nei controlli cui faceva riferimento il direttore generale Rossi.

Nei giorni scorsi in un’audizione alla Camera il capo della Vigilanza di Bankitalia, Carmelo Barbagallo, aveva detto che a fine 2014 le banche erano state richiamate ad assicurare “il massimo impegno per rafforzare la tutela dei risparmiatori” e a osservare “con scrupolo gli obblighi di diligenza, trasparenza e correttezza applicabili nell’attività di collocamento di prodotti finanziari che possono essere sacrificati in caso di risoluzione”. Ciononostante, la Cassa di Ravenna nel corso del 2015 ha riempito i portafogli della clientela di obbligazioni subordinate sostituendo titoli emessi in passato con titoli nuovi, a tassi più bassi. Le motivazioni ufficiali dell’offerta di riacquisto si leggono nel documento informativo: “L’Offerta consentirà all’Offerente di ottimizzare il profilo delle proprie passività riducendone l’ammontare in eccesso e modificando la relativa distribuzione temporale. Inoltre permetterà un efficiente utilizzo, da parte dell’Offerente, della liquidità disponibile”.

Non è però l’unico motivo e nemmeno quello principale. Come abbiamo visto, la scorsa primavera la Cassa aveva un problema: si trovava ad avere 170 milioni di obbligazioni subordinate che, per le nuove regole europee, non potevano più essere utilizzate nel calcolo del Total capital ratio e andavano dunque sostituite con nuove obbligazioni. Una vera priorità per i vertici della banca, tanto che viene richiesto alla rete “come obiettivo prioritario di puntare decisamente il mirino sulle nostre obbligazioni subordinate e non su quelle senior”. Il fatto che i 170 milioni non potessero essere più utilizzati nel calcolo del Total capital ratio, infatti, avrebbe comportato una diminuzione dei coefficienti patrimoniali che l’istituto vuole assolutamente evitare. Così viene lanciata un’offerta di riacquisto delle vecchie obbligazioni subordinate, offerta che viene autorizzata dalla stessa Banca d’Italia perché essendo queste particolari obbligazioni degli “strumenti di capitale”, il riacquisto per importi superiori al 10% dell’ammontare ancora in circolazione deve essere autorizzato preventivamente. L’offerta è stata riaperta a giugno per un importo di quasi 60 milioni (e hanno aderito titoli per 19,8 milioni), ed è stata poi ancora riaperta il 15 dicembre (chiuderà il 16 gennaio 2016) per oltre 115 milioni di euro. Nel frattempo l’istituto di cui Patuelli è presidente ha emesso e collocato quattro nuovi prestiti subordinati per importo complessivo di 330 milioni.

Da notare, che la Banca d’Italia è perfettamente a conoscenza di queste operazioni e le ha anzi autorizzate nella consapevolezza che anche i titoli di nuova emissione vengono collocati presso il pubblico. Ma per Via Nazionale va bene così perché il rafforzamento patrimoniale delle banche è considerato infinitamente più importante della tutela dei correntisti. E anche la Consob, che dovrebbe vigilare sulle modalità di collocamento, sa tutto. Del resto, per sapere a chi siano rivolti questi titoli non serve chissà quale indagine. Sui documenti pubblicati dalla stessa banca all’atto dell’offerta c’è scritto che “le Obbligazioni sono destinate alla clientela dei Soggetti Incaricati del Collocamento”, cioè i clienti stessi della Cassa di risparmio di Ravenna.

Tuttavia, gli stessi documenti che dovrebbero informare i risparmiatori su operazioni importanti recano curiose diciture. Ad esempio, a pagina 3 del documento informativo con cui la Cassa di Ravenna sollecita il riacquisto delle sue obbligazioni si legge tra le avvertenze che il documento stesso “non è stato oggetto di approvazione da parte della Consob né di alcuna altra autorità di vigilanza italiana” e che l’operazione “è esente dall’applicazione della disciplina sulle offerte pubbliche di acquisto e di scambio”. E’ la legge stessa a prevederlo, con le sue deroghe a favore delle banche e delle loro esigenze di raccolta. Così come sulla prima pagina delle condizioni definitive delle nuove emissioni di obbligazioni subordinate si legge chiaramente che: “L’adempimento di pubblicazione delle Condizioni Definitive non comporta alcun giudizio della Consob sull’opportunità dell’investimento proposto e sul merito dei dati e delle notizie allo stesso relativi”. Uno scarico di responsabilità totale, altro che tutela costituzionale del pubblico risparmio.