Sono l’ex presidente di Banca Etruria Lorenzo Rosi e l’ex membro del Cda Luciano Nataloni gli indagati nel terzo filone d’inchiesta aperto dalla procura d’Arezzo sui vertici dell’Istituto. Il Corriere della Sera riporta che l’accusa nei loro confronti è quella di “omessa comunicazione di conflitti di interessi”. Intanto a Civitavecchia continuano le indagini sul suicidio del pensionato. Una vicenda su cui interviene di nuovo il segretario della Lega Nord Matteo Salvini, che attacca il premier: “Quell’infame di Renzi parla di sciacalli che si approfittano dei morti, lo vada a dire alla vedova del pensionato che si è suicidato. La morte del pensionato è colpa sua, sì”.

Nel mirino altri dirigenti e membri del Cda
Secondo i magistrati, gli ex amministratori hanno sfruttato per fini personali il ruolo che ricoprivano all’interno della banca. Ma la lista degli indagati potrebbe presto allungarsi. E nel mirino degli inquirenti toscani – spiega il quotidiano di via Solferino – potrebbero finire i vertici e gli altri componenti del Cda. Le indagini del nucleo Tributario della Guardia di Finanza sono ancora in corso. Le accuse nei confronti di Rosi e Nataloni, formulate dal procuratore Roberto Rossi, nascono dalla relazione di Banca Italia che a febbraio 2015 decise di commissariare Banca Etruria.

“Finanziamenti a vantaggio di ex membri cda ed ex sindaci revisori”
Nel report degli ispettori di Bankitalia si mettevano in luce – ricostruisce il Corriere – “come pratiche di finanziamento per 185 milioni si siano svolte in situazioni di ‘conflitto d’interesse’ generando 18 milioni di perdite”. Dei 185 milioni, 140 sarebbero stati erogati a vantaggio di ex membri del consiglio di amministrazione ed ex sindaci revisori. Per Rosi, secondo l’organo di vigilanza, il conflitto risiederebbe nelle attività della cooperativa ‘La Castelnuovese’ di cui era presidente. Nove le posizioni rilevate invece nei confronti di Luciano Nataloni, già vicepresidente di Banca Del Vecchio. L’attenzione si era focalizzata in particolare sul ruolo dell’allora presidente Rosi e di due pratiche di finanziamento intestate a Nataloni. Una da 5,6 milioni di euro che riguarda la società ‘Td Group’ e una da 3,4 milioni di euro senza l’indicazione dell’azienda, ricorda il Corriere. Da qui – secondo la procura – l’accusa di “omessa comunicazione del conflitto di interessi”. Proprio in questi giorni Fratelli d’Italia accusa Tiziano Renzi, padre del presidente del Consiglio, di essere socio di Lorenzo Rosi, presidente dell’istituto fino all’intervento della Banca d’Italia (ma l’avvocato di famiglia ha smentito tutto).

Indagini sul periodo in cui vicepresidente era padre della Boschi
Il periodo di tempo esaminato va dal 2013 al 2014, quando il vicepresidente era Pier Luigi Boschi, padre del ministro delle Riforme Maria Elena, che quando era membro del Cda (dal 2011) era stato sanzionato da via Nazionale insieme ad altri componenti per carenze di organizzazione e controlli interni, violazioni in materia di trasparenza e omesse o inesatte segnalazioni. Boschi è diventato il numero due della banca quasi in contemporanea con l’arrivo della figlia al governo, e lo è stato per otto mesi. Intervistata dal Corriere la madre del ministro, Stefania Agresti, difende il marito: “Io vi dico che avrete delle sorprese. Per fortuna c’è un’inchiesta, ci sono le carte e da quelle carte, vedrete, la verità verrà fuori. E la verità è che noi, in primis mio marito, non abbiamo mai preso un euro dalla banca. Altro che finanziamenti alle nostre attività!”. E aggiunge che Pier Luigi Boschi “ha fatto di tutto per salvare la banca nei mesi in cui è stato vicepresidente”. Secondo quanto si è appreso da fonti vicine all’inchiesta, tra gli indagati non ci sarebbe mai il nome di Pier Luigi Boschi. Sul fronte politico, il Movimento 5 Stelle ha presentato la mozione di sfiducia nei confronti del ministro, sia alla Camera che al Senato. Mentre Forza Italia e Lega ne annunciano una contro il governo.

Gli altri due filoni di inchiesta
Questo filone di inchiesta si affianca agli altri due. Il primo riguarda l’ostacolo alla vigilanza, che risale al marzo 2014 e trae sempre origine dalla relazione degli ispettori della Banca d’Italia del 2013, e il terzo, appena chiuso, sulle false fatturazioni datato primavera 2014, in cui Rosi è indagato insieme a un altro ex presidente dell’Istituto, Giuseppe Fornasari, e a un ex direttore generale, Luca BronchiPer ora non ci sono richieste di rinvio a giudizio per i tre indagati. Il procuratore Roberto Rossi, che coordina tutti e tre i filoni di indagine, dovrebbe chiudere nei prossimi giorni il filone che ipotizza il reato di ostacolo alla vigilanza chiedendo il rinvio a giudizio per Giuseppe Fornasari ex presidente, Luca Bronchi, ex direttore generale e David Canestri, dirigente centrale. Le tre inchieste potrebbero essere presto riunite in unico fascicolo.

Esposto dei consumatori, possibile nuova indagine
Ma sul tavolo del procuratore Rosi una serie di esposti che potrebbero portare all’apertura di un nuovo fascicolo. L’ultimo è stato presentato martedì mattina da Federconsumatori. L’associazione, presenti una cinquantina di persone, ha organizzato un presidio all’esterno del tribunale con il presidente dell’associazione Pietro Paolo Ferrari e del segretario regionale Fulvio Farnesi. “Si tratta di far chiarezza sulle responsabilità di chi ha spinto le persone ad acquistare un prodotto – ha commentato Farnesi – in questo caso potrebbe configurarsi il reato di truffa ma spetterà al procuratore valutare”.