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La commissione Libertà civili, Giustizia e affari interni del Parlamento Europeo, ieri,  ha detto sì alla Proposta di direttiva relativa alla raccolta e all’utilizzo del PNR (Passenger Name Record) per finalità di contrasto al terrorismo e ai crimini seri. Trentotto voti favorevoli, 19 contrari e 2 astenuti .

Dopo oltre quattro anni di braccio di ferro tra i difensori della privacy e quelli della sicurezza anche a costo di comprimere la prima, e i fatti di Parigi delle scorse settimane hanno fatto segnare un’accelerazione improvvisa e pesare irrimediabilmente la bilancia dalla parte di chi, dal 2011, chiede che le compagnie aree mettano a disposizione delle forze dell’ordine tutti i dati legati alle prenotazioni e ai biglietti aerei di tutti i cittadini europei in viaggio da o per l’Europa.

I dati personali di 300 milioni di viaggiatori ogni anno sono, dunque, destinati ad essere raccolti, conservati e tenuti a disposizione delle forze dell’ordine e delle agenzie di intelligence europee per cinque anni  (i primi sei mesi in chiaro, e poi in una versione pseudo-anonimizzata).

E si tratterà, naturalmente, nella quasi totalità dei casi – e per fortuna – di cittadini che non hanno niente a che vedere con il terrorismo o la commissione di “crimini seri” e che non sono sospettati assolutamente di nulla. Eppure il loro nome, i loro spostamenti aerei, i loro compagni di viaggio, i nomi di chi pagherà loro il biglietto e, persino, le loro preferenze alimentari – se indicate al momento della prenotazione – sono destinate a finire stoccate in un enorme database a disposizione di chi potrà e dovrà utilizzarle con l’ambizione di assicurare alla giustizia i terroristi e i criminali più pericolosi o di sventare attentati in giro per l’Europa.

Sono, dunque, rimaste inascoltate come le urla di Cassandra di epica memoria, le parole dei tanti – la totalità dei Garanti per la privacy dei diversi paesi europei – che, da anni, vanno ripetendo che un trattamento massiccio di dati personali quale quello alla base della proposta di direttiva sulla quale la Commissione Libertà civili, Giustizia ed Affari interni ha appena detto di si, è per un verso inutile e, per altro verso, incompatibile con la disciplina europea in materia di privacy.

Antonello Soro, Presidente dell’Authority per la privacy, solo qualche giorno fa, in un’intervista sul Corriere della Sera – pur riconoscendo che l’ultima versione della proposta di direttiva è migliore delle precedenti – ne aveva stigmatizzato alcuni aspetti: “Per prima cosa: mette insieme una quantità spropositata di dati, difficili da analizzare e paradossalmente difficili da proteggere dagli attacchi dei terroristi”.

A nulla sono valsi anche i moniti che, ancora alla vigilia del voto del Parlamento, il garante europeo, Giovanni Buttarelli aveva affidato, tra l’altro, a un’intervista su La Repubblica.

“Schedare i passeggeri è contro i trattati Ue…e il sistema PNR ha un’alta probabilità di essere bocciato dalla Corte di giustizia dell’Unione Europea”, aveva detto il Garante per la privacy dell’Unione europea. Ed è impossibile dargli torto specie dopo che nell’ultimo anno i Giudici del Lussemburgo hanno messo, a più riprese, nero su bianco che ogni trattamento di dati personali con finalità di ordine pubblico o sicurezza interna o internazionale non può essere massiccio ed indiscriminato ovvero relativo, indistintamente, ai dati di chiunque e, dunque, anche di chi non è sospettato di alcunché.

E, ironia della sorte – o forse solo lezione del destino – l’ultima volta, la Corte di giustizia, ha ribadito il principio lo scorso 6 ottobre, puntando l’indice contro gli Stati Uniti, rei a suo dire di riconoscere alle agenzie di intelligence un margine di manovra troppo ampio e poco rispettoso della privacy dei cittadini europei e ha annullato la decisione della Commissione europea che autorizzava l’esportazione di dati personali dalla UE agli USA, considerando al contrario, questi ultimi un “approdo sicuro”.

Ed è proprio l’Europa che, ora, sembra trasformarsi da paladina del diritto fondamentale alla privacy in smarrita e spaventata Signora della sorveglianza di massa anche a costo di comprimerla. E la sensazione è che quella che ieri il Parlamento europeo ha salutato come un successo, sia, in realtà, una sconfitta.

Il fenomeno del terrorismo di matrice islamica rispetto al quale l’iniziativa in questione è, evidentemente, una risposta, infatti, è – o almeno c’è da augurarsi che sia – un fatto tanto allarmante e drammatico quanto destinato ad essere, in un modo o nell’altro archiviato tra le pagine più buie della storia europea. E’ difficile dire se tra due anni l’allarme sarà ancora così tanto elevato.

Eppure ci vorranno almeno due anni perché la Direttiva europea che dispone la schedatura di massa di tutti i passeggeri si attuata e recepita nei 28 Paesi dell’Unione. Frattanto però, si è lasciato passare il principio che l’ambizione – perché non può essere nulla di più di un’ambizione – alla sicurezza, giustifica a tal punto la compressione della privacy da giustificare la schedatura di massa di trecento milioni di persone alla ricerca di qualche migliaio di terroristi. Prima o poi il fenomeno terroristico esaurirà la sua portata allarmante ma la centralità e non negoziabilità oltre certi limiti del diritto alla privacy nelle democrazie europee rischiano di essere state messe in discussione per sempre.

Guai naturalmente a pretendere che questa conclusione sia quella giusta o che debba essere universalmente condivisa ma il dubbio che rinunciando così tanto alla privacy dei propri cittadini l’Europa abbia consentito ai terroristi di stravolgere, ancora una volta, le nostre vite, i nostri principi e le nostre convinzioni è difficile da allontanare.