L‘articolo 18 cade anche per i dipendenti pubblici. Licenziabili senza possibilità di reintegrazione. Alla faccia delle rassicurazioni del governo, che aveva promesso che le novità del Jobs act si limitavano al settore privato. E ora, anche se i decreti attuativi della riforma Madia volessero metterci una pezza, ci sarebbe il rischio di incostituzionalità. A spiegare la situazione è Umberto Romagnoli, professore emerito di diritto del lavoro all’Università di Bologna, partendo da una recente sentenza della Corte di Cassazione: i giudici chiariscono che lo Statuto dei lavoratori, così come riformato dalla legge Fornero, si applica anche al pubblico impiego contrattualizzato, cioè ai dipendenti statali e locali esclusi professori, magistrati e militari.

Ma al contempo, questa sentenza spiana la strada anche alle successive modifiche apportate dalla riforma del mercato del lavoro. “E’ sempre stato ovvio che l’articolo 18 vale anche ai dipendenti pubblici – spiega il professor Romagnoli – Politicamente è una materia scottante, ma giuridicamente non c’è mai stato alcun dubbio”. La sentenza, però, parla solo della riforma dell’articolo 18 introdotta dalla legge Fornero. Il discorso vale anche per il Jobs act? “Assolutamente sì – risponde il giuslavorista – Nella riforma manca un’esclusione esplicita dei lavoratori pubblici dalla nuova disciplina dei licenziamenti. E nel silenzio della legge, l’abolizione dell’articolo 18 si applica anche agli statali”. Insomma, tutti i dipendenti pubblici assunti dopo il 7 marzo 2015 possono essere licenziati senza possibilità di reintegrazione.

“Ora la riforma del pubblico impiego dovrà precisare se le norme del settore privato si applicano anche al pubblico”, aggiunge Romagnoli. Del resto, lo stesso premier Matteo Renzi aveva annunciato che la legge avrebbe toccato l’argomento. E Marianna Madia, ministro della Pubblica amministrazione, continua a sostenere che “per
il pubblico impiego la riforma dell’articolo 18 non vale, perché c’è una differenza sostanziale che è il tipo di datore di lavoro”, e a promettere: “Nel testo unico sul pubblico impiego chiariremo anche questo aspetto in modo esplicito”. Ma qui sorgono i problemi. “Si può aprire un profilo di incostituzionalità – avverte il giuslavorista – Se la riforma Madia escludesse gli statali dall’articolo 18, si rischia di creare una discriminazione tra lavoratori pubblici e privati. E probabilmente la Consulta confermerebbe una disparità di trattamento”.

Al di là delle future implicazioni politiche, a mettere un punto fermo ci ha pensato la sentenza della Cassazione. I giudici, in particolare, hanno affrontato un caso di licenziamento dal Consorzio area sviluppo industriale di Agrigento, ente di diritto pubblico. Pur dichiarando nullo il provvedimento per vizi procedurali, la corte ha affrontato il tema più ampio dell’articolo 18 per gli statali. “L’inequivocabile tenore” del testo unico del pubblico impiego, dice la sentenza, “prevede l’applicazione anche al pubblico impiego cosiddetto contrattualizzato della legge 300/70 (lo Statuto dei lavoratori, ndr) e successive modificazioni”. Quindi, il documento ribadisce come sia “innegabile” che il nuovo testo dello Statuto trovi applicazione anche per gli statali.

Eppure il governo, appena approvata la riforma del lavoro, aveva specificato che le norme sul licenziamento non sarebbero state applicate al pubblico impiego. Per rassicurare gli statali, era sceso in campo il ministro del Lavoro Giuliano Poletti: “Tutta la discussione sulla legge delega è stata fatta sul lavoro privato e quindi non è applicabile al pubblico impiego”. Poi, era arrivata la volta del premier Renzi: “La questione verrà affrontata nel corso del dibattito sulla riforma della pubblica amministrazione”. Infine, l’intervento della Madia. Ma già in tempi non sospetti, il sottosegretario all’Economia Enrico Zanettiil deputato Pd Pietro Ichino avevano proposto un’interpretazione opposta. E ora, la Cassazione dà loro ragione. Ora, resta da capire perché il governo abbia smentito l’applicazione del Jobs act agli statali. “Probabilmente per cercare di attutire il colpo – ragiona Romagnoli – Già l’introduzione delle crescenti è stata una bella botta per i lavoratori italiani. Ma il governo ha mentito sapendo di mentire”.