Nel 2014 sono calati i beneficiari delle politiche attive, quelle misure pubbliche che aiutano chi non ce l’ha a trovare un lavoro. A partire dai centri per l’impiego. Lo riporta l’Inps, che spiega come l’anno scorso gli utenti di questi servizi siano stati 936.640: un calo del 5,2% rispetto al 2013 e addirittura del 21% rispetto al 2010. Ma quindi, meno gente ai centri per l’impiego significa un aumento del lavoro? “No. Il fatto è che in Italia le politiche attive non funzionano, sono inefficienti“, spiega Alessandro Rosina, professore di Demografia e statistica sociale all’Università Cattolica di Milano, coordinatore dell’indagine Rapporto giovani. Il tutto mentre la riforma di questo settore, annunciata con il Jobs act, è rimasta sulla carta.

“L’asse portante delle politiche attive sono i servizi per l’impiego – prosegue il docente – Ma il problema è che in Italia sono caratterizzati da bassa copertura del territorio, bassa qualità e scarsi investimenti”. Per trovare una conferma a questa tesi, basta guardare il confronto con l’estero. A dare un quadro della situazione ci ha pensato Giovanni Alleva, presidente Istat, in audizione al Senato: “Nel 2013, l’Italia ha speso lo 0,03% del Pil in servizi per il lavoro rispetto allo 0,36% della Germania, allo 0,25% della Francia (dato al 2012) e allo 0,08% della Spagna (dato al 2012). In termini di spesa per disoccupato e forze lavoro potenziali, si va dai circa 2.800 euro pro-capite spesi dalla Germania, ai 1.500 della Francia, ai 122 della Spagna e gli 84 dell’Italia (dati 2012)”.

La stessa Istat rileva come gli italiani preferiscano affidarsi ad altri canali, come le conoscenze personali, anziché varcare la soglia dei centri per l’impiego. La ricerca del lavoro, secondo l’istituto, è demandata soprattutto a vie informali: nel secondo trimestre del 2015, l’88,9% delle persone si è rivolta ad amici, parenti e conoscenti, una quota in aumento del 2,3% in un anno. In un passaggio del suo libro Neet. Giovani che non studiano e non lavorano, Rosina spiega che “la carenza di strumenti istituzionali adeguati consolida il ricorso ai canali informali come strumento principale nella ricerca di lavoro”.

Alleva (Istat): “L’Italia spende lo 0,03% del Pil in servizi per il lavoro. In Germani è lo 0,36%”

A confermare il ragionamento del docente ci sono i numeri dei senza impiego: il calo dei beneficiari delle politiche attive non può essere legato a una flessione dei disoccupati. Semplicemente perché il loro numero è stato in costante aumento, almeno fino al 2014. Secondo i dati Istat, a partire dal primo trimestre del 2011, quando il tasso di disoccupazione era al 7,9%, questo dato è sempre salito verso l’alto (con l’eccezione di un solo trimestre) fino al 12,8% dell’ultima fetta di 2014.

Per risolvere questa situazione, il Jobs act ha dedicato un intero decreto alla riforma dei servizi per l’impiego. Peccato che, di fatto, non sia ancora stata attuata. La norma, entrata in vigore nel giugno 2015, prevede l’istituzione dell’Anpal, Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro. Questo organismo deve riportare allo Stato le competenze sui centri per l’impiego che prima erano in capo alle Regioni. E soprattutto deve dare il via a quel “patto di servizio personalizzato” che delinei il percorso del disoccupato nella riqualificazione e nella ricerca di una nuova occupazione. Per gestire la nuova mole di dati, è prevista la creazione di un sistema informativo unico. Eppure, a cinque mesi dal varo del provvedimento, manca lo strumento telematico, mancano i patti di servizio e manca anche l’Anpal, in attesa di nuovi decreti attuativi. “Le politiche attive non sono ancora state realizzate, per ora siamo fermi agli annunci – commenta il professor Rosina – Siamo pieni di leggi annunciate con contenuti anche giusti, ma che poi cadono al momento dell’implementazione pratica”.