Il Consiglio di Stato stoppa la riforma delle classi di concorso. Un provvedimento atteso per anni dal mondo della scuola, e propedeutico al bando del prossimo concorso da 63mila posti. Si tratta della revisione del numero e delle tipologie delle materie di insegnamento, con relativi requisiti di accesso. Un lavoro importante, che a quanto pare non è stato fatto a dovere. O comunque non con la sufficiente chiarezza. Al punto che il Consiglio non se l’è sentita di dare il via libera, chiedendo un approfondimento al Miur e dando ragione alle opposizioni che criticano la bozza. Ma con il concorso alle porte c’è poco tempo per mettere le cose a posto. Il rischio è di dover fare il concorso con le vecchie classi, uno smacco per il Ministero.

Le nuove classi – Prevista da “La Buona scuola”, la bozza di revisione è pronta da settimane. Con il regolamento le classi vengono aggiornate, per tenere conto delle modifiche intervenute nel tempo nell’ordinamento; accorpate, per una “maggiore fungibilità dei docenti” e uno snellimento del sistema (si scende da 168 a 114); integrate, con l’aggiunta di undici nuove materie (come ad esempio per i recenti licei musicali, o lingua italiana per stranieri). Del provvedimento si parla da anni, visto che l’ultimo schema risale addirittura al 1989. Il governo finalmente ha deciso di metterci mano, e in pochi mesi ha elaborato la bozza ufficiale, accolta però con scetticismo da opposizioni e associazioni di categoria. Evidentemente le obiezioni non erano poi così infondate.

Lo stop del Consiglio di Stato – Dal Consiglio di Stato è arrivato uno stop che, se non è una bocciatura, molto le assomiglia. L’organo di rilievo costituzionale, pur “prendendo atto della esigenza, funzionalità e coerenza” del provvedimento, aggiunge tutta una serie di considerazioni. Come la mancanza del concerto del Ministero dell’Economia. O, soprattutto, l’assenza di chiarezza sui “criteri tenuti in considerazione” nel regolamento. Il Ministero si limita a elencare le nuove classi, senza spiegarne le ragioni. “Gli accorpamenti effettuati destano, in taluni casi, perplessità”. E non si capisce quali possano essere gli effetti sui docenti già in ruolo o in graduatoria. Per questo il Consiglio rispedisce al mittente il documento, chiedendo all’amministrazione di chiarire “l’iter logico seguito nell’elaborazione delle proprie scelte”.

Errori e incongruenze – In effetti il testo offre motivi di dubbio. Nella tabella di equiparazione degli esami mancano alcuni aggiornamenti previsti da circolari dello stesso Ministero (un esempio: per alcuni insegnamenti, linguistica generale era stata di recente equiparata a glottodidattica e poi a glottologia, ma non nella bozza). Nella stessa tabella la classe A45 (Scienze economico-aziendali) scompare. Matematica e matematica applicata erano e restano scisse, nonostante gli appelli del Cun (Consiglio Universitario Nazionale). Con la classe A1 (Arte e immagine) potranno insegnare arte alle medie anche laureati in architettura che non hanno sostenuto neanche un esame di storia dell’arte. E via dicendo. Incongruenze piccole o macroscopiche che rischiano di prestare il fianco a decine di ricorsi. Specie se la bozza dovesse essere impiegata già dal prossimo concorso.

Incognita concorso – Il problema è che entro il primo dicembre il Ministero deve bandire il concorso. E l’intenzione – comprensibile – è quella di adottare le nuove classi: la revisione è stata fatta anche in quest’ottica. Ma il regolamento sarà pronto in tempo? Il Consiglio di Stato ha chiesto approfondimenti, in Commissione Cultura i lavori procedono a rilento. Il Movimento 5 stelle è contrario: “La riforma serve, ma è stata fatta con enorme superficialità. A questo punto meglio ritirarla, e fare il bando con le vecchie classi, integrate giusto con l’aggiunta delle undici nuove.

Poi sedersi a un tavolo per fare un’operazione seria”, spiega il deputato Gianluca Vacca. Non è solo l’opposizione a frenare, però. Anche la maggioranza ha dei dubbi: per il via libera in Commissione (atteso in settimana), il Pd starebbe preparando un parere positivo ma pieno di distinguo e condizioni. E intanto il tempo stringe. Il Ministero è a un bivio: tirare dritto e fare il concorso con le nuove classi imperfette, col rischio di esporsi a tanti ricorsi; o accantonare il regolamento, e applicare nel bando il vecchio schema (che però è antiquato e poco funzionale, alcuni docenti resterebbero esclusi). Entrambi le soluzioni non paiono soddisfacenti.

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