Una marcia indietro parziale per provare ad ammorbidire le sanzioni della Iaaf, che si pronuncerà venerdì pomeriggio. Dopo aver alzato le barricate e urlato al complotto subito dopo la diffusione dell’inchiesta sull’uso sistematico del doping tra i suoi atleti, la Russia cambia registro. “Ammettiamo alcune accuse mosse nei nostri confronti, altre no e ad alcune abbiamo già posto rimedio”, ha detto il presidente ad interim della Federatletica russa Vadim Zelichenok.

È solo l’ultima di una serie di dichiarazioni di basso profilo fatte dalla politica e dal mondo sportivo russo. Nelle ore immediatamente successive alle parole di Dick Pound, il capo della Commissione indipendente che ha redatto il report chiedendo l’esclusione della Russia da Rio 2016, da Mosca erano arrivate risposte a muso duro. Accuse rigettate, tentativi di smontare la figura di Pound, svariati riferimenti a un complotto. “Non c’è nulla di nuovo rispetto a quanto raccontato dalla tv tedesca Ard, non ci sono prove”, aveva azzardato il ministro dello sport Vitaly Mutko. Poi è iniziata la marcia indietro, probabilmente dopo essersi resi conto di quanto siano circostanziati gli elementi raccolti dagli investigatori. Parare il colpo è una necessità così da evitare che la Federazione internazionale decida di bloccare la partecipazione alle Olimpiadi di Rio come richiesto dalla Wada. Del resto dalla Iaaf e dal Cio sono arrivati flebili segnali di apertura in campo di una reale svolta nel contrasto all’uso di sostanze dopanti.

Ecco allora la disponibilità a ospitare osservatori stranieri nel laboratorio dell’Agenzia internazionale antidoping, da dove sarebbero sparite 1417 provette e che la Commissione ha definito “non indipendente dalla Rusada o dal ministero dello Sport”. A seguire le dimissioni del direttore della struttura, Grigory Rodchenkov, e oggi la mossa del Comitato olimpico russo che ha annunciato d’aver richiesto le dimissioni da membro esecutivo dell’ex presidente della Federatletica Valentin Balakhnichev. Insomma, Mosca prova a fare pulizia da sé prima di ritrovarsi isolata. E ammette che sì, il doping è diffuso tra i propri atleti, ma da quando si è cominciato a contrastarlo i successi sul campo sono diminuiti: “Le violazioni delle regole che abbiamo ammesso erano abbastanza serie da indurci a una strenua lotta a partire dallo scorso febbraio: molti atleti e allenatori sono stati rimossi e questo ha avuto un’influenza sui risultati”, ha spiegato Zelichenok.

La Commissione aveva evidenziato come comunque personaggi già al centro di indagini come il guru dei marciatori Viktor Chegin fossero ancora attivi nei centri tecnici federali. Ora arriva la seconda ondata di teste che cadono e le dichiarazioni di Vladimir Putin: “Collaboriamo con la Wada, ma le pene siano individuali”. Impossibile, ma l’ultima disperata mossa potrebbe evitare un lungo stop dalle competizioni internazionali. E Mosca – che in serata risponderà ufficialmente al report diffuso – arriva a dire che a prescindere dalle sanzioni, la Russia non boicotterà le Olimpiadi. “La Russia è contro il boicottaggio. La Russia è contro l’ingerenza politica nello sport. Siamo un partner affidale per il movimento olimpico internazionale”, ha commentato il ministro dello sport Mutko. Il Cremlino è pronto alla sospensione. E sta facendo di tutto affinché sia blanda.

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