“Attenzione – signori – questo non è un ‘libro dei sogni’, ma una politica fatta di obiettivi concreti”. E’ una delle frasi topiche, quasi la firma di Renzi, che si possono leggere nel programma di sviluppo per il Sud annunciato oggi dal governo. Non ci sono le slide nella cura del Mezzogiorno, si parte da un “Masterplan”, un programma pluriennale che sulla carta vale 95 miliardi di investimenti da qui al 2023.

Le prime tracce dell’operazione sono state pubblicate direttamente sul sito della Presidenza del Consiglio, avvertendo i lettori che il documento – per ora 10 pagine – “non è esaustivo” perché vuol essere “il quadro di riferimento entro cui si collocheranno le scelte operative che sono in corso di definizione nel confronto Governo-Regioni-Città Metropolitane sui 15 Patti per il Sud”. E dovranno essere definite entro fine dicembre, in modo che “il Masterplan sia operativo dal 1 gennaio 2016”.

Cornice e taglio dell’operazione si annunciano pragmatici, o tali voglion sembrare. Volti cioé a considerare il Sud non come il “fardello d’Italia” ma una possibile leva per far quadrare i conti del Paese e consentire slancio a tutta l’economia. Non stupisce, allora, che manchi qualunque riferimento testuale ai “mali” storici che affliggono il Meridione: la mafia, le discariche, gli sprechi, l’amministrazione pubblica con i suoi disservizi e le sue logiche politico-clientelari.

I dati dell’economia sono brevemente illustrati da un’indicazione del Pil pari al 20% di quello nazionale (che nella quota export scende al 10%) e di un tasso di occupazione del 42,6% contro il 56,3 del dato nazionale. Ma il governo vuol dire che ci crede segnalando (senza fornire dettagli) più ottimistici segnali di ripresa che “si innestano in una situazione di partenza più arretrata”. E tuttavia mostrerebbero, di fatto, che “l’economia del Mezzogiorno è una realtà viva, con potenzialità che vanno valorizzate proprio per invertire la tendenza e recuperare il divario rispetto al Centro-Nord”.

I tre “assi” per il Sud
E dunque il Sud si deve rilanciare. Come? Si parte da tre tasselli. Il primo è il “recupero del ritardo nell’utilizzo dei Fondi strutturali” stanziati nel ciclo di programmazione europea 2007-13. Il documento qui cede qualcosa alla passione per lo spot del presidente del Consiglio: “La percentuale di utilizzo dei Fondi lasciata in eredità dal Governo Berlusconi era solo del 15% al 31 dicembre 2011, cioè al termine del quinto anno del periodo programmatorio; al 30 giugno scorso siamo arrivati all’80% e stiamo lavorando con Ministeri e Regioni responsabili dei programmi per arrivare al 100% di utilizzo dei Fondi entro la scadenza del 31 dicembre 2015”.

L’altra carta da giocare è l’avvio della programmazione 2014-2020. L’applauso qui, giocoforza, si prende sulla fiducia: “A oggi abbiamo già ottenuto l’approvazione da parte della Commissione di 49 programmi nazionali e regionali sui 50 previsti; puntiamo a far approvare anche il cinquantesimo entro fine anno. Potremo così cominciare a utilizzare i nuovi fondi immediatamente dopo la rendicontazione di quelli 2007-13, ossia a partire dall’inizio del 2016. Una componente rilevante della “cassetta degli attrezzi” è quindi già pronta”.

Capitolo tre, la “risposta alle crisi aziendali“. Anche qui si promette di portare avanti quanto fatto dal governo che passa in rassegna le attività svolte per contenere il dissesto del tessuto produttivo e imprenditoriale delle regioni meridionali. C’è un elenco di 11 grandi aziende “salvate” e strappate a morte certa, anche se l’Ilva di Taranto che viene citata non è ancora detto sia annoverabile tra queste e per molte rimanga una situazione occupazionale incerta.

Alla ricerca di un modello. Un neoliberismo “statale” per il Sud
Il quadro delle azioni elencate va avanti e indietro negli ultimi 30 anni bocciando o assorbendo esperienze molto diverse tra loro. Si citano a modello per il Masterplan le iniziative di “liberalizzazione e riforma dei mercati impostata dai governi di centrosinistra della seconda metà degli anni Novanta” mentre sono da superare quelle degli ultimi 15 anni basate su Cassa Depositi e Prestiti e le Partecipazioni Statali, come tentativo (inutile, si legge tra le righe) di “portare dall’esterno del tessuto economico meridionale” iniezioni di cultura industriale e imprenditoriale. Un paradigma che il Masterplan2015 a firma Renzi intende ribaltare “partendo dai punti di forza del tessuto economico meridionale per valorizzarne (…) l’attivazione di filiere produttive autonomamente vitali”.

Antipasto in Legge di stabilità
Molte molte parole. Proprio per non dare l’impressione di un programma di sole parole lo staff che ha scritto il documento ricorda che già adesso, con la Legge di stabilità 2016, qualcosa per il Sud si è mosso. Attraverso di essa “il governo ha attivato in sede europea la clausola investimenti – la cui istituzione è dovuta all’azione italiana durante il semestre di Presidenza dell’Unione – che mette a disposizione nel 2016 uno spazio di bilancio di 5 miliardi di euro utilizzabili per spendere le risorse nazionali destinate a cofinanziamento dei Fondi strutturali o di investimenti nelle reti di rilevanza europea o di investimenti supportati dal Piano Juncker. L’effetto leva potenziale è in grado di mettere in gioco nel solo 2016 investimenti per oltre 11 miliardi di euro, di cui almeno 7 per interventi nel Mezzogiorno”.

Le reazioni. Per il Pd è “la svolta”. Sel: “Imbarazzante”
Non c’è scritto molto di più nelle 10 pagine ma le reazioni sono state molto diverse. Applausi arrivano dal Pd di stretta fede renziana. “Col Masterplan governo arriva la fase due per il Sud”, twitta il responsabile Economia del PD, Filippo Taddei, che nei 140 caratteri non indica però quale sia la “fase uno”.

Critiche le posizioni della minoranza dem. Per il presidente della commissione Bilancio della Camera, Francesco Boccia “è una proposta iniziale sulla quale lavorare insieme per dare al Mezzogiorno la svolta che attende ormai da troppo tempo. Il sud ha bisogno di automatismi, di credito d’imposta su ricerca e investimenti e una decontribuzione sul lavoro per le aziende che assumono, almeno fino al 2020, termine del periodo di programmazione 2014-2020″. Come per dire: “va bene tutto, ma vediamo i provvedimenti”.
“Imbarazzante. E pure offensivo, considerando i disastri di queste ore in Calabria e a Messina”, dice Sinistra Ecologia Libertà, con il coordinatore nazionale Nicola Fratoianni. “Di fatto – prosegue il coordinatore di Sel – annunciano 95 miliardi di euro fino al 2023. Si tratta di fondi Ue già previsti dalla programmazione comunitaria. Non un centesimo in più, quindi. E poi ci sono i soliti investimenti delle partecipate statali “orientate al mercato”, che vuol dire petrolio, trivelle e raffinazione. Nemmeno una parola su Università, istruzione, dissesto idrogeologico. Imbarazzante – conclude Fratoianni – assolutamente imbarazzante”.