Negozi d’abbigliamento, supermercati, grossisti di pesce, frutta e verdura, centri scommesse, proprietari di bar, persino le agenzie di pompe funebri. Sono i trentasei commercianti che a Bagheria hanno deciso di denunciare il racket di Cosa nostra: un’operazione storica quella condotta dal nucleo investigativo della provincia di Palermo, che racconta vent’anni di estorsioni a tappeto nella storica città delle ville. Patria di pittori come Renato Guttuso, poeti come Ignazio Buttita e registi come Giuseppe Tornatore, la storia di Bagheria incrocia violentemente quella di Cosa nostra negli anni ’80, quando Bernardo Provenzano pone qui la capitale della sua latitanza. E quello il momento in cui Cosa nostra si appropria della città, imponendo in ogni vicolo la sua legge e spazzando via decenni di storia luminosa fatta di cultura ed arte.

È per questo motivo che l’operazione coordinata dal procuratore aggiunto di Palermo Leonardo Agueci e dai pm Francesca Mazzocco e Caterina Malagoli viene considerata storica: perché nasce dalle testimonianze dei commercianti, il motore economico della città, che – chiamati in causa dai colleghi – non si sono tirati indietro andando a testimoniare davanti agli inquirenti, senza alcuna reticenza. I loro racconti hanno portato all’arresto di 22 persone (solo cinque di questi non erano ancora detenuti): i cognomi sono quelli del gotha storico della piovra cittadina, da Gino Di Salvo a Nicola Eucaliptus e Gino Mineo. A leggere i verbali si ha l’impressione che a Bagheria, per anni, chiunque avesse avviato un’attività commerciale fosse sistematicamente inserito nel database di Cosa nostra, che si presentava ogni mese a chiedere “un’offerta per le famiglie dei carcerati”: in realtà si tratta della messa a posto, che arriva puntuale, come fosse un normalissimo pagamento dell’Iva. Nessuno è esente: ad un certo punto i boss chiedono il “pizzo” persino ad un privato che aveva vinto un’asta giudiziaria.

Ma i casi si sprecano. Dall’inchiesta, emerge, per esempio, la storia di un’agenzia di pompe funebri, molto conosciuta in città, che ad un certo punto finisce nel mirino dei boss: i proprietari devono ricevere una lezione. Ed è per questo che al cimitero di Bagheria ad un certo punto, alcune bare dei defunti vengono trovate accatastate una sopra l’altra, altre addirittura vengono date alle fiamme: è la terribile vendetta di Cosa nostra. Che a Bagheria può anche decidere di far fallire un’impresa. Tra le carte dell’inchiesta, c’è anche il caso dell’elettricista che comincia a fare affari negli anni ’90 con la sua ditta d’impiantistica elettrica: i padrini di Bagheria gli accordano una “messa a posto” di tre milioni di lire al mese. Lui paga, ma chiede anche l’aiuto dei boss: vuole allargare il giro d’affari, vuole passare all’edilizia, vuole vincere alcune commesse. Il lavoro s’ingrandisce, ma aumenta anche la “tassa mafia”: al cambio i tre milioni di lire, non diventano 1.500 euro come deciso nel frattempo in Europa, ma decine di migliaia di euro in più. A spiegare il motivo dell’improvviso cambio di tariffa è Sergio Flamia, il pentito che ha dato un apporto fondamentale all’inchiesta, che da boss di Cosa nostra era anche uno stretto collaboratore dei servizi segreti.

“Se si tratta di un lavoro pubblico (a Cosa nostra ndr) spetta ill 3 per cento dell’importo del lavoro, se sono costruzioni private dipende il momento di vendita, varia sempre”, ha spiegato nei mesi scorsi il collaboratore di giustizia. Un tariffario rigido che alla fine costringe l’elettricista diventato costruttore a chiudere bottega: Cosa nostra con lui ha tirato troppo la corda. Ed è anche per questo che decine di commercianti hanno deciso di ribellarsi, denunciando i loro estortori in maniera collettiva: un caso ancora troppo raro nella feroce provincia palermitana.