Per conoscere il successore di Cristina Fernandez de Kirchner e nuovo presidente dell’Argentina, bisognerà attendere il ballottaggio del 22 novembre. Il primo turno elettorale di domenica 25 è stato infatti dominato da incertezza e colpi di scena, con i dati arrivati in modo parziale e molto in ritardo rispetto a quanto promesso nei giorni scorsi da membri del governo, che avevano assicurato che alle 23 gli argentini avrebbero conosciuto il nome del loro nuovo presidente. Con il 98 per cento dei seggi scrutinati Daniel Scioli, il candidato del Fronte per la vittoria, che rappresenta il partito della presidenta, ha raccolto il 36,3 per cento dei voti mentre Mauricio Macri, dell’alleanza di centro-destra Cambiemos, è secondo con il 34,7 per cento dei voti. Dunque si prospetta una sfida sul filo di lana, su cui a questo punto avranno un grande peso le alleanze elettorali, in particolare quella con il peronista dissidente Sergio Massa, terzo con il 20 per cento.

Che si arrivasse al ballottaggio comunque è apparso subito chiaro, tanto che a neanche mezz’ora dalla chiusura delle urne, Marcos Pena, l’uomo chiave della campagna elettorale di Macri, si è presentato alla stampa per annunciare che si andava al secondo turno. Poco dopo è arrivata la risposta dal quartier generale di Scioli. Il suo capo gabinetto, Alberto Perez, ha chiesto “prudenza”, sottolineando nel contempo “il trionfo di Scioli sulla base dei dati non ufficiali” quale candidato più votato in assoluto, con un grande distacco appunto su Macri e sul terzo ‘big’ tra i sei candidati alla presidenza, Sergio Massa.

Per imporsi al primo turno del 25 ottobre, Scioli avrebbe dovuto superare il 45 per cento o il 40 per cento dei voti con un distacco superiore del 10 per cento rispetto al secondo piazzato, e cioé Macri: cosa che non si è verificata. Scioli, parlando nella notte in un palazzetto dello sport a Buenos Aires, ha ribadito, in un lungo e duro discorso subito interpretato da media e analisti come un riconoscimento implicito alla necessità di dover andare ad un ballottaggio, che “la nostra priorità sono gli umili e i lavoratori”. Citando i suoi ‘maestri’ politici, da Peron a Nestor Kirchner al Papa, ha attaccato Macri, assicurando che lui continuerà sulla strada delle nazionalizzazioni e non privatizzerà mai più, e lanciando un appello agli elettori indecisi: “Vi chiedo – ha sottolineato – di continuare ad accompagnarmi”.

Macri, dal canto suo, ha detto in un breve intervento davanti ai suoi simpatizzati in festa al centro ‘Costa Salguero’ a Buenos Aires, che “quanto successo questa notte cambia la politica dell’Argentina”. Dopo aver fatto un appello proprio in vista del secondo turno “agli elettori degli altri candidati”, ha “promesso che a partire dal 10 dicembre l’Argentina migliorerà di giorno in giorno”, riferendosi così alla data dell’insediamento del nuovo presidente.

In queste elezioni che segnano la fine dell’era Kirchner, ha votato circa l’80 per cento degli aventi diritto. Ma le proteste e i reclami da parte della stampa e social network per i ritardi del governo nel pubblicare i dati ufficiali sono stati numerosi. Il prossimo presidente dell’Argentina non avrà comunque vita facile: tra le sfide da affrontare c’è quella di rivitalizzare l’economia del paese in affanno da tempo, in un contesto internazionale non facile tra la crisi del Brasile e la caduta del prezzo delle materie prime, la forte inflazione e dubbi sulla capacità di crescita del paese.