giornata mondiale lingua grecaIl greco rivive, nonostante i figli della globalizzazione intendano relegarlo a lingua inutile e polverosa. Disse il poeta Giorgio Seferis ricevendo il Nobel nel 1963: “Appartengo ad un piccolo paese. Un promontorio roccioso nel Mediterraneo, niente lo contraddistingue se non gli sforzi della sua gente, il mare e la luce del sole. E’ un piccolo paese, ma la sua tradizione è immensa ed è stata tramandata nel corso dei secoli senza interruzione. La lingua greca non ha mai cessato di essere parlata. E’ passata attraverso tutti quei cambiamenti attraverso cui passano le cose viventi, ma non c’è mai stata una frattura”.

Incensare il bagaglio culturale rappresentato dalla lingua e dalla cultura greca nel mondo non significa iscriversi al partito nostalgico del passato e di una tradizione che non tornerà, ma fare un’operazione diversa. Stimolare ad uno scatto culturale, prendere coscienza che, come ha scritto il prof. Lucio Russo in un meraviglioso volume, “La Rivoluzione dimenticata” – il pensiero scientifico greco e la scienza moderna (Feltrinelli), il pan va retrodatato a quattro secoli prima di Cristo e oggi, se possibile, ripreso come metro di innovazione sociale e politica.

Il 24 ottobre cade la Giornata Mondiale della Lingua e Cultura greca nel mondo celebrata dalla Federazione delle Comunità e Confraternite Elleniche in Italia con svariate manifestazioni. Il futuro della lingua greca combacia con il futuro della civiltà greca e il dovere di greci e filelleni risiede nel sostenere ed onorare la lingua e la cultura greca, soprattutto in quegli interstizi dove sopravvivono comunità ellenofone e sodalizi diasporici che tramandano la lingua e la cultura greca, come nel capoluogo pugliese dove la Comunità Ellenica di Bari ha deciso di onorare quella data con un dibattito sull’influenza greca nel mondo in un luogo simbolo, come il Liceo Classico “Socrate”, che io stesso ho frequentato anni fa e dove avrò l’onore di raccontare la “mia” Grecia di oggi, ma auspicando che non venga distrutta definitivamente quella di ieri.

Il poeta greco Dionisios Solomos ha fondato il proprio credo linguistico sulla combinazione di due parole: lingua-libertà. Essere un filellina non significa ingegnarsi per reperire tout court giustificazioni o per essere ciechi partigiani di un popolo o di un gruppetto di potere. Essere un filellina vuol dire inchinarsi a quello sterminato alfabeto di civiltà che è proliferato millenni fa per farne tesoro: per attualizzarlo in tempi di globalizzazione selvaggia, per distillarlo nelle giovani generazioni affinché non crescano scoraggiate, per inculcarlo nelle anime di chi è classe dirigente ma ne dimentica ruolo e funzione sociale, per rafforzarlo nei veri grandi eroi dell’Europa che vuole scacciare il medioevo 2.0 in cui ci troviamo: i maestri che, già oggi, alleveranno i cittadini futuri.

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