Cresce la pressione Usa sulle imprese straniere a Cuba: l’ultimatum del 5 giugno e la minaccia di sanzioni
Ultimatum di Washington sull’Avana. Entro il 5 giugno, persone o entità straniere (istituti finanziari inclusi), sono tenute a effettuare le “pratiche consuete o necessarie” alla “liquidazione” delle loro transazioni con Gaesa, Grupo de admnistración empresarial sociedad anónima, il conglomerato statale fondato negli anni Novanta che gestisce il 40% dell’economia formale cubana e vanta 18 miliardi di dollari in asset. La deadline è stata stabilita dall’Office of foreing assets control (Ofac) del Dipartimento di Stato Usa sulla base dell’Executive Order 14404 del 1° maggio, che prevede “l’imposizione di sanzioni ai responsabili della repressioni a Cuba e delle minacce alla Sicurezza nazionale e alla politica estera degli Usa”. Scaduta la deadline i “soggetti stranieri” potrebbero essere sottoposti a sanzioni secondarie. La misura si estende anche a “qualsiasi entità” partecipata (almeno con il 50%) da Gaesa, designata il 7 maggio, da Marco Rubio, tra i “soggetti sanzionati”, insieme a un suo membro del Cda, Ania Guillermina Lastres.
Tra i sanzionati spunta anche Mona Nickel S.A., la joint venture che unisce l’amministrazione cubana e la canadese Sherritt International Corporation, poiché l’impresa fa “profitti con asset che il regime cubano ha espropriato a persone e imprese statunitensi”. In seguito Sherritt ha annunciato la “sospensione immediata” delle sue attività nell’isola, registrando un crollo del 30% delle sue azioni. “Questa scelta colpisce una delle principali linee di export di Cuba in un momento in cui le entrate, incluse quelle del turismo e dei servizi medici, sono sotto pressione”, spiega l’economista Ricardo Torres.
L’operato di Sherritt, che dal 1991 è stato uno dei principali investitori a Cuba, valeva due terzi della produzione di nichel e cobalto, minerali su cui l’Avana vanta alcune delle principali riserve al mondo. Altre imprese provano a resistere, nonostante la crescente incertezza. Anche Madrid, tra i primi partner dell’isola, evita di cedere al ricatto Usa, pur seguendo “ogni dettaglio della situazione”, come ha riferito il ministro spagnolo dell’Economia Carlos Cuerpo. “È una violazione in flagranza del Diritto internazionale e delle norme che reggono il sistema multilaterale del commercio”, ha denunciato José Ernesto Díaz Pérez, rappresentante cubano presso l’Organizzazione mondiale del commercio.
Del resto la crisi si fa sentire. Nel primo trimestre del 2026 il turismo è crollato del 46% (rispetto allo stesso periodo del 2025) e i blackout, che possono durare anche 24 ore, colpiscono il 55% dell’isola e impediscono il normale funzionamento dei servizi. Secondo le Nazioni Unite il “blocco del greggio sottopone il Paese a una ‘inazione energetica’, con gravi ripercussioni sui diritti umani’”. Non mancano però gesti di resilienza, come l’inaugurazione di una prima stazione solare che fornisce energia elettrica a vetture, motorini e altri mezzi di Santa Clara e dintorni. “Siamo ottimisti. Pensiamo che queste sanzioni non saranno durature”, ha detto il primo ministro cubano Manuel Marreno Cruz alla Fiera del turismo tenutasi all’Avana. “Ogni volta che un turista viene a Cuba, aiuta il popolo cubano”, ha aggiunto.
Anche il presidente brasiliano, Luiz Inácio Lula Da Silva, ha affrontato il dossier Cuba durante il suo recente incontro con Trump, negli Stati Uniti, ed è tornato con qualche rassicurazione: “Se quanto ha detto il traduttore è corretto, lui mi ha detto che non pensa di invadere Cuba. È quanto ho ascoltato dal traduttore”. Lula ha sostenuto che l’isola vuole “dialogare e trovare una soluzione per porre fine al blocco, che non ha mai permesso a Cuba di essere un Paese libero dalla vittoria della Revolución”. Invece, fonti consultate da Axios ritengono sempre più plausibile l’ipotesi di un’invasione, tenendo conto anche dell’escalation diplomatica.