Spagna, la rivolta degli insegnanti in Catalogna e Valencia: 17 giornate di sciopero in due mesi e centomila in piazza
Ottantamila persone in piazza a Barcellona, ventimila a Valencia. La scuola pubblica spagnola non ci sta. Gli insegnanti, dalle maestre degli asili nido ai professori di liceo, hanno deciso che quest’anno scolastico non lo finiranno. O almeno non alle condizioni attuali. Lo slogan è diretto: “Sense condicions dignes, no acabarem el curs”. “Senza condizioni degne, non finiremo l’anno”. Non è retorica: i sindacati hanno già convocato oltre diciassette giornate di sciopero per maggio e giugno, e la mobilitazione, lungi dall’esaurirsi, prende forza settimana dopo settimana. Il colore giallo, simbolo dell’istruzione pubblica già ai tempi del movimento degli Indignados di quindici anni fa, è tornato a tingere le piazze iberiche.
Una crisi che si trascina da anni. Per capire perché migliaia di insegnanti spagnoli abbiano scelto uno sciopero a oltranza bisogna guardare ai numeri. L’investimento nell’istruzione in Catalogna si attesta attorno al 4% del Pil a fronte di un obiettivo del 6% previsto dalla stessa legge catalana. I salari dei docenti si aggirano intorno ai 2mila euro mensili. Nello stesso periodo, gli agenti della polizia regionale hanno visto il proprio stipendio aumentare di oltre 4mila euro annui, superando quota 3mila euro mensili.
Il confronto — che il governo invita a non fare, parlando di “mele e pere” — è diventato il simbolo di una scala di priorità che i sindacati contestano apertamente: la repressione vale più dell’istruzione. A questo si aggiunge il peso dei tagli post-2008, mai completamente recuperati. I docenti chiedono il ripristino del potere d’acquisto perduto, la riduzione del numero di alunni per classe, risorse adeguate per gli studenti con bisogni educativi speciali, e la drastica riduzione del carico burocratico imposto dal Dipartimento dell’Istruzione. Il quadro è aggravato dalle proiezioni demografiche: nei prossimi vent’anni la popolazione catalana dovrebbe passare da 7 a quasi 10 milioni di abitanti. Se negli ultimi anni non sono state costruite nuove scuole né assunti insegnanti in numero sufficiente, il rischio è che il sistema collassi sotto il proprio stesso peso.
La scuola 0-3 anni: un settore dimenticato. Tra le categorie in lotta ci sono anche le educatrici degli asili nido, che hanno già indetto diverse giornate di sciopero. Dopo anni di battaglie per uscire dalla precarietà contrattuale rivendicano ora stabilità lavorativa e un riconoscimento reale del valore educativo della fascia 0-3 anni. In Catalogna il rapporto numerico tra maestre e bambini è tra i più alti d’Europa. Le educatrici chiedono più personale, migliori condizioni salariali e finanziamenti stabili per un settore che, denunciano, continua a essere trattato come un servizio di custodia piuttosto che come il primo tassello del percorso educativo. “La mobilitazione non risponde solo alle richieste del personale”, spiegano le organizzatrici, “ma ha come obiettivo garantire un’educazione pubblica, universale e di qualità fin dai primi anni di vita”.
L’accordo che ha rotto l’unità sindacale. Il vero detonatore della radicalizzazione è stato un accordo siglato dal governo catalano di Salvador Illa con due soli sindacati: CCOO e UGT. L’intesa, presentata come “storica”, prevede un aumento salariale attraverso un incremento progressivo del 30% del complemento autonomico fino al 2029 — nella pratica circa 200 euro mensili aggiuntivi a regime, ma solo una ventina di euro nei primi anni. Include anche una riduzione progressiva delle classi sovraffollate e alcune misure per l’inclusione. Il problema è che l’accordo è stato firmato senza il coinvolgimento dei sindacati maggioritari nella rappresentanza diretta del corpo docente. USTEC, Professors de Secundària, CGT e Intersindical sono stati esclusi dal tavolo negoziale. La portavoce di USTEC, Iolanda Segura, l’ha definito «un accordo assolutamente ideologico e politico che non risponde alle esigenze del collettivo». I sindacati critici hanno poi promosso una consultazione interna: su 42.965 partecipanti, il 95% ha respinto la proposta.
La questione ha radici più profonde. CCOO e UGT sono sindacati storicamente maggioritari a livello nazionale, nati nel contesto delle lotte operaie degli anni Settanta. Nel tempo, però, la loro linea è diventata sempre più concertativa, criticata da una parte crescente del mondo del lavoro come troppo vicina alle istituzioni. In questo spazio si sono rafforzate realtà alternative: nel settore dell’istruzione, la CGT — storico sindacato anarco-sindacalista — ha progressivamente ampliato la propria influenza insieme a organizzazioni come USTEC. Il governo Illa ha risposto con fermezza: disponibile al dialogo, ma nessuna revisione dell’accordo già firmato. L’invito ai sindacati critici è stato quello di aderire a quanto siglato, nel nome di un “principio di realtà”. Tutti gli incontri si sono conclusi senza accordo.
A Valencia sciopero a tempo indeterminato dall’11 maggio. Se la Catalogna è stata finora il centro della protesta, la Comunità Valenciana si candida a nuovo fronte caldo. Il 29 aprile il tavolo sindacale — STEPV, UGT, CCOO e CSIF, insieme alle piattaforme di base Docents en Lluita e Coordinadora d’Assemblees Docents — ha votato l’avvio dello sciopero a tempo indeterminato, confermato dall’11 maggio con una consultazione in cui il 61% dei 9.817 docenti partecipanti si è detto favorevole. L’unica proposta concreta avanzata dalla Conselleria di Educazione era stata un aumento di 75 euro lordi mensili spalmato su tre anni — respinto senza appello. “Non vi è stata alcuna altra concretizzazione sul resto dei punti in discussione”, ha dichiarato il STEPV. Ieri, primo giorno di sciopero, i sindacati hanno stimato un’adesione vicina all’88%. Quattro manifestazioni simultanee si sono svolte ad Alacant, Elx, València e Castelló: solo a Valencia le persone in piazza hanno raggiunto le ventimila.
Non è mancata la polemica. La Conselleria ha imposto servizi minimi molto estesi ai docenti del secondo anno di bachillerato, obbligandoli a presentarsi per valutazioni e firma delle pagelle — provvedimento definito «abusivo» e già impugnato davanti al Tribunale Superiore di Giustizia valenciano. Nei giorni precedenti, la consellera Carmen Ortí aveva inviato alle famiglie una lettera via email con le realizzazioni del governo in materia di istruzione. Compromís ha presentato una denuncia all’Agenzia per la Protezione dei Dati, accusando la consellera di uso fraudolento e partigiano dei dati personali di migliaia di nuclei familiari. La presidente della Federazione delle Associazioni di Famiglie degli Studenti di Valencia ha preso le distanze dalla lettera: «anche le famiglie sono colpite dalle carenze della Conselleria. Consideriamo lo sciopero una risposta necessaria».
“Non finiremo l’anno”. Minacciare di non concludere l’anno scolastico è una misura estrema, che colpisce famiglie e studenti e mette il governo di fronte a una responsabilità politica difficile da schivare. Il governo catalano continua a difendere l’accordo, ricordando che ne beneficeranno quasi 130mila insegnanti sia tanto della scuola pubblica sia di quella convenzionata, e che porterà i docenti catalani a essere i terzi meglio pagati dello Stato, rispetto alla posizione attuale tra i meno retribuiti. I sindacati critici ribattono che gli aumenti sono troppo lenti, le promesse future prive di garanzie concrete, e che l’accordo serve al governo per chiudere politicamente un conflitto senza risolverlo davvero. Intanto le piazze si riempiono. Barcellona oggi, Valencia ieri. La scuola spagnola vuole che qualcuno la ascolti.
foto Sindicat d’Estudiants