Bruxelles ha raggiunto l’intesa con la Turchia: 3 miliardi per controllare le frontiere e frenare il flusso di siriani verso l’Europa. Ma i leader europei frenano. C’è il nodo Ankara sul tavolo del vertice europeo, il quarto dell’anno dedicato all’immigrazione. Dopo un intenso negoziato, la Commissione oggi strappa un accordo con Ankara, ma è condizionato al ‘sì’ dei leader europei. Ne discutono a cena, a porte chiuse. Ma prima che comincino, sembra argomento di difficile digestione.

Prima ancora di cominciare il presidente del Consiglio, Donald Tusk, torna a mettere in guardia sull’eventualità di un “nuovo esodo massiccio”. Per la Ue, in sostanza, non si può fare a meno dell’aiuto di Ankara. Nella lettera di invito aveva parlato di potenziali “milioni” di persone che potrebbero arrivare in primavera. La Turchia ne ha già due, nei suoi campi. Oggi sottolinea che “è nostro obbligo essere pronti a tutti gli scenari possibili” ed invita i 28 a “chiedersi se le decisioni” prese siano sufficienti “a contenere l’ondata”.

Nell’accordo negoziato nella missione in Turchia del vicepresidente Timmermans e del commissario per l’allargamento Hahn, accompagnati dal capogabinetto di Mogherini, la Ue offre un’accelerazione sulla liberalizzazione dei visti, un finanziamento di 3 miliardi di euro per la gestione dei campi, l’inserimento nella lista dei ‘paesi sicurì e l’apertura di 5 capitoli nel pluridecennale negoziato per l’adesione alla Ue. In cambio, il governo di Erdogan dovrebbe attuare davvero maggiori controlli alle frontiere, accettare le riammissioni, far partire la lotta contro i trafficanti e dare ai profughi siriani la possibilità di lavorare.

Nella presentazione pre-vertice agli ambasciatori permanenti, l’accordo ha trovato l’opposizione – stando a fonti diplomatiche – di Grecia e Cipro. Ma mentre in pubblico Tsipras è possibilista per una collaborazione con la Turchia, il presidente francese François Hollande ed il premier olandese Mark Rutte frenano, sottolineando l’importanza che la Turchia rispetti le “condizioni”. “Ci sarà discussione intensa” nella cena dei leader a porte chiuse, prevedevano fonti del Consiglio prima ancora che i 28 cominciassero. A frenare sull’inclusione nella lista europea dei Paesi sicuri, ad esempio, sono soprattutto Germania e Svezia, a causa della situazione dei curdi.

Intanto sul versante delle risorse, nonostante i richiami dei presidenti della Commissione Jean-Claude Juncker e del Parlamento europeo Martin Schulz, continuano a mancare 2,2 miliardi di euro per i trust fund per Siria e Africa e le agenzie umanitarie. E gli Stati membri frenano anche nel fornire più personale a Frontex e Easo. Che sarebbe necessario per rafforzare le frontiere esterne, come invocato da tutti, a cominciare da Tusk e Merkel. Ma Slovacchia e Repubblica Ceca restano solidali con Orban e al patto di Visegrad. E i loro ‘finanzierì li mandano in aiuto all’Ungheria invece che a Frontex. Così l’accordo su un corpo di guardie di frontiera Ue pare lontano. “Parlarne implica immediatamente la questione fondamentale della sovranità. Meglio essere pratici e starne alla larga”, avverte Rutte.

Nella cena si parla anche di Libia (dove la situazione potrebbe migliorare ma resta “volatile”) e Siria. Dove la via d’uscita è lontana e passa per un’offensiva diplomatica europea che deve coinvolgere tutte le parti rilevanti. Ovvero anche la Russia e Assad: posizione espressa dai ministri degli esteri ma sulla quale la Francia ha ancora riserve. E Federica Mogherini ha affrontato l’argomento direttamente con Hollande prima dell’inizio del vertice. Per la revisione di Dublino, almeno, è cominciata la discussione. La Commissione Ue ha fatto un sondaggio per annusare l’aria e prendere le misure per la proposta annunciata per marzo, ma sulla quale Juncker sembra intenzionato a stringere i tempi.