Aboubacar, poco più che ventenne anni, nato in Burkina Faso. Lavorava in Libia prima della guerra, poi nel 2011 è arrivato con un barcone e qui si è fermato. Professione di oggi: giardiniere. Ha imparato il mestiere con una borsa lavoro e oggi si mantiene. Alhassane, maliano, stessa età, stessa guerra da cui fuggire ma un destino ben diverso. Oggi è un senza dimora, costretto a chiedere l’elemosina all’angolo della strada: non ha mai avuto nemmeno l’opportunità di avere una borsa lavoro. Sono i due volti opposti dell’accoglienza all’italiana. Ovvio, ogni storia ha il suo corso, ma le direzione presa dipende anche dal contesto in cui ci si trova. Soprattutto per chi resta senza nulla. Che l’accoglienza funzioni o meno è decisivo per decidere se un rifugiato potrà diventare una risorsa o dovrà infoltire la schiera di chi è costretto a rivolgersi al nostro welfare striminzito.

Quest’anno l’Italia – proiezioni del Viminale – toccherà un miliardo di euro spesi per il sistema d’asilo. Un numero che fa impressione, ma che a conti fatti rappresenta poco più dello 0,1% del Pil. Le 63 mila domande depositate nel 2014 fanno sentire il loro peso sui bilanci statali dopo 12 mesi. Lo scorso anno le uscite si erano fermate a 635 milioni. Tutta colpa dell'”invasione”, come direbbe Matteo Salvini? Tutt’altro. “In Italia c’è uno spreco di denaro dovuto ai tempi di permanenza nei centri per richiedenti asilo”, spiega il portavoce del Consiglio italiano per i rifugiati (Cir) Christopher Hein.

Circolari ministeriali alla mano, il tempo stabilito per la permanenza nei centri di accoglienza per richiedenti asilo è di sei mesi, prorogabili ad altri sei in casi straordinari. Il tempo per stabilire se la domanda d’asilo va accettata o meno dovrebbero essere 30 giorni. Dopo l’ottenimento dell’asilo e i sei mesi che si passano facendo corsi di lingua e imparando i rudimenti di un lavoro, termina il periodo nei centri d’accoglienza. Invece la media in Italia è di 12 mesi nei centri, con picchi a fino a 18 mesi, in particolare al Cara di Mineo, il Centro di accoglienza richiedenti asilo meno efficiente d’Italia, commissariato dalla Prefettura per i legami dell’ente gestore con Mafia Capitale. Un centro costato, da solo, 51 milioni (dato 2014).

Standard europei, gestione all’italiana
L’Italia nemmeno in periodi di crisi ha mai speso cifre fuori dalla media europea. Anzi, rispetto ai Paesi campioni dell’accoglienza ha contenuto le uscite. È quanto risulta nel dossier “La buona accoglienza“, realizzato dai ricercatori della Fondazione Leone Moressa Enrico di Pasquale e Chiara Tronchin. I dati presi in considerazione risalgono al 2011, quando fu varata l’Emergenza Nord Africa. Allora si spesero 860 milioni di euro, per un piano che accolse 40.355 profughi. L’Italia fu terza nella classifica dei Paesi che spesero di più: prime due Svezia e Germania, con 38.640 euro e 23.844 euro spesi per l’accoglienza in un anno di un profugo. Seguirono Regno Unito (14.848) e Francia (14.319) agli ultimi due posti.

Come accade oggi, tra i problemi gestionali dell’emergenza ci furono i tempi per il riconoscimento dell’asilo. Le commissioni territoriali, gli organi ministeriali che valutano le richieste di asilo, convocavano il richiedente per l’audizione anche dopo 14-16 mesi dal deposito dell’istanza. Siccome un centro di accoglienza è sempre pagato in media tra i 30 e i 35 euro al giorno per ogni ospite, se avessimo ridotto i tempi di permanenza nei centri, avremmo potuto spendere cifre ancora più vicine a Francia e Regno Unito, invece che oltre 21 mila euro ogni profugo.

Alternative possibili
“In Germania il tempo per concedere l’asilo in media è tre mesi“, spiega ancora Hein. Non che Berlino sia il modello: tutto lo stato sociale è talmente diverso, precisa il portavoce del Cir, che è impossibile un confronto alla pari. Ma un segreto da imparare c’è: snellire le procedure. A scegliere in prima istanza se concedere o meno l’asilo, infatti, in Germania è un singolo funzionario e non una commissione. Nel caso di ricorso, poi, sono i Tribunali amministrativi sparsi in tutta la Germania ad emettere il verdetto. E ognuno ha una sezione speciale per le richieste di asilo. “Spesso hanno anche delle specializzazioni sulle diverse nazionalità del richiedente”, continua Hein.

Eppure il Viminale, memore del disastro della gestione dell’emergenza nel 2011, ha cercato di correre ai ripari per tempo. All’epoca dell’Emergenza Nord Africa le commissioni territoriali erano dieci, oggi sono raddoppiate ma il risultato non cambia. Anzi, sotto il profilo dei criteri di valutazione peggiora: ad aprile l’Associazione studi giuridici per l’immigrazione (Asgi) denunciava che la metà delle domande subivano un diniego, inspiegabile per gli avvocati viste le provenienze dei richiedenti. Ad agosto i richiedenti asilo che protestavano al centro di accoglienza di Bresso, aspettavano di essere convocati per la prima volta alla Commissione territoriale di Milano ad aprile-maggio. E la Lombardia è una delle poche regioni in cui ci sono due Commissioni. Figurarsi altrove: per gli operatori sociali delle cooperative seguire l’iter legale della domanda d’asilo, soprattutto se il centro d’accoglienza si trova lontano dalla sede della Commissione, può diventare un inferno.

L’ultima (rischiosa) corsa alle strutture
“La novità più importante all’orizzonte, dopo le parole di Papa Francesco, è che anche le parrocchie potranno accogliere”. A dirlo è il prefetto Mario Morcone, capo del Dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione. Per alcuni la caccia è cominciata già a metà agosto. Lo scopo è trovare spazi che siano adatti ad accogliere migranti da affidare alle associazioni e alle cooperative già accreditate per l’accoglienza profughi. Tutto sarà iper controllato, assicura il Viminale. Il problema, però, è stabilire il prezzo per vitto e alloggio. Mica che si faccia lucro sull’accoglienza: “Stiamo valutando con la Cei (Conferenza episcopale italiana, ndr) perché sia tutto il più trasparente possibile”, garantisce Morcone.

Il costo complessivo – in cui sono inclusi dal vitto alle cure mediche, dai corsi di lingua all’assistenza legale – deve per forza restare sotto l’asticella dei 35 euro al giorno per profugo, perché lo standard è stabilito dal Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati (Sprar). La nuova strada presa dal Viminale, che apre anche alla possibilità per i privati di ospitare profughi in casa, divide gli addetti ai lavori: ci sono associazioni, come il Cir che lo considerano un passo in avanti per scacciare la paura dell’immigrato. Altre, come Asgi, che sottolineano come non esista alcuna norma né che permette né che vieta l’accoglienza in casa: “A me quello che preoccupa è che non ci siano controlli su idoneità dei nuovi posti di accoglienza, su come vengono spesi i soldi”, dichiara l’avvocato di Asgi Nazarena Zorzella. Trovare la soluzione per uscire dal perenne stato di emergenza pare ancora un miraggio.