Un’azienda mandata in malora da una serie di contestazioni del Fisco poi ritirate. E, secondo le ipotesi al vaglio dei pm di Massa Carrara, da un complotto messo in piedi per eliminare quello che fino a pochi anni fa era uno dei leader nella lavorazione di rottami di ferro e fornitura di materiali alle acciaierie, con fatturati che superavano i 200 milioni all’anno. È questo il nuovo sospetto che si abbatte sulla vicenda di Fermet, l’azienda dell’imprenditore Alberto Ricciardi di cui ilfattoquotidiano.it si è già occupato perché finita in liquidazione dopo una serie di azioni dell’Agenzia delle entrate risultate immotivate. Ora sul caso pende un’inchiesta della procura di Massa Carrara, che ha iscritto nel registro degli indagati cinque nomi eccellenti ipotizzando per loro l’associazione a delinquere finalizzata alla truffa.

Tutte figure che nella vita economica e politica della zona di Massa ricoprono ruoli di rilievo. Come Giulio Andreani, commercialista tra i massimi esperti di crisi d’impresa e docente della Scuola superiore dell’Economia e delle finanze di Roma, che per Fermet ha presentato nel 2012 una delle prime domande in Italia di concordato in bianco. Procedura finita male, nonostante le rassicurazioni date a Ricciardi. A curare la pratica anche Sergio Menchini, docente di Diritto processuale civile all’università di Pisa. Una scelta strana quella promossa da Andreani, visto che in passato proprio Menchini era stato a capo del consorzio pubblico della Zona industriale apuana verso cui pendeva da parte di Fermet una richiesta di risarcimento per la mancata assegnazione di un’area per il nuovo stabilimento. Con un’altra coincidenza: il risarcimento viene negato dal Consiglio di Stato l’11 settembre 2012, proprio il giorno in cui Andreani e Menchini, anche lui indagato, danno il via alla richiesta di concordato.

Sulla procedura che anziché salvare Fermet l’ha portata vicina al fallimento sono ora in corso le analisi della procura, visto che la crisi di liquidità dell’azienda con ogni probabilità avrebbe potuto essere affrontata in altro modo. Una crisi di liquidità aggravata dagli accertamenti del Fisco che hanno impedito a Fermet di incassare un credito Iva salito col tempo fino a 5 milioni di euro. Accertamenti finiti in seguito nel nulla, tanto che tra gli indagati figura anche Eraldo Cerisano, all’epoca dei fatti dirigente dell’Agenzia delle entrare di Firenze.

Dalla situazione potrebbe avere tratto vantaggio Ecoacciai, azienda concorrente di Fermet che in seguito al concordato ne ha affittato un ramo. Di Ecoacciai è stato consigliere di amministrazione lo stesso Andreani, proprio a partire dal 2012. I suoi soci principali sono Emanuele Ricciardi, legato al Pd locale e fratello di Alberto, e Valsabbia Investimenti, società di uno dei principali gruppi siderurgici italiani, quello della bresciana Ferriera Valsabbia. Il patron del gruppo, Ruggero Brunori, insieme a Emanuele Ricciardi e agli altri tre indagati, ha ricevuto nelle scorse settimane un avviso di proroga delle indagini. L’ipotesi investigativa è che la crisi di Fermet sia stata creata ad arte per togliere dal mercato dei rottami ferrosi uno dei suoi protagonisti. In attesa che i pm concludano le loro verifiche, Alberto Ricciardi lotta da mesi per fare ripartire l’azienda. E per ridare ai suoi 70 operai un lavoro che non hanno più.

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