“Un’azienda mandata in malora dalla burocrazia”. Perché quello che non è riuscita a fare la crisi, lo hanno fatto gli ostacoli messi dalle amministrazioni locali, le regole dello Stato e le indagini del Fisco. Con una serie di azioni dell’Agenzia delle Entrate che hanno dato la mazzata finale, prima che quasi tutte le contestazioni venissero ritirate. Così ora Alberto Ricciardi, imprenditore 60enne di Massa, la sua Fermet l’ha persa. L’azienda, un tempo leader nella lavorazione di rottami di ferro e fornitura di materiali metallici alle acciaierie, è stata messa in liquidazione. Eppure vanta verso la pubblica amministrazione un credito Iva di 4,7 milioni di euro, che è bloccato da tempo. “Se avessimo incassato quei soldi – racconta Ricciardi – avrei potuto continuare l’attività. E i miei 70 dipendenti oggi avrebbero ancora il loro lavoro”. Ma quel rimborso Iva l’azienda lo attende da alcuni anni e non riesce a ottenerlo. Prima per gli accertamenti del Fisco, poi a causa della fideiussione che lo Stato richiede per effettuare il versamento, a garanzia di eventuali future verifiche fiscali sul rimborso stesso. Ma quale banca è disposta, soprattutto in questo momento di crisi, a garantire un’azienda messa in liquidazione? Una domanda che non dà pace a Ricciardi. Come le altre: “Come può lo Stato continuare a colpirti con accertamenti fiscali che poi vengono annullati uno dopo l’altro? – si chiede l’imprenditore -. Come può non darti i soldi che ti deve? E quando si accorge di avere sbagliato, perché non rimedia ai propri errori?”.

Grane burocratiche per un esproprio – E pensare che gli affari della società, fondata con il fratello Emanuele a Massa nel 1982, fino a qualche anno fa andavano bene. Era una delle principali del settore. Tra i clienti le più grandi acciaierie del Paese, con un fatturato che in passato è arrivato a superare addirittura i 200 milioni di euro, come nel 2011 (256 milioni). Ma da un po’ erano iniziati i problemi con l’amministrazione pubblica. Prima le difficoltà a trovare un’area e ottenere i permessi necessari a realizzare il nuovo sito, visto che quello vecchio era troppo piccolo per il volume raggiunto di materiali ferrosi da lavorare e in più doveva essere espropriato dal comune di Massa per costruire un sottopasso ferroviario.

Sotto accusa per gli illeciti commessi dai fornitori – Poi nel 2009 la guardia di Finanza, svolgendo verifiche fiscali su alcune società che vendono rottami di ferro a Fermet, scopre che sono senza dipendenti e senza la struttura necessaria per svolgere l’attività. Partono controlli anche sull’azienda di Ricciardi, alla quale viene contestata la deduzione di costi a fronte di fatture soggettivamente inesistenti, cioè di costi sostenuti e fatturati che però derivano da operazioni non regolarmente fatturate a monte della catena di approvvigionamento. “In sostanza alcune delle società che ci rifornivano di materiale – spiega l’imprenditore – ne acquistavano una parte in nero. Erano una decina di fornitori sui circa 2mila che abbiamo avuto nel corso di trent’anni di attività. Non ci può essere chiesto di effettuare controlli su tutti, come se fossimo degli investigatori”.

Rimborso Iva bloccato per le verifiche del Fisco  – Le verifiche fiscali portano già nel 2010 al blocco del rimborso Iva che la Fermet dovrebbe incassare. Il credito cresce al ritmo di 100-150mila euro al mese. La somma inizialmente contestata dalle Fiamme gialle è intorno ai 15 milioni di euro. Nel marzo del 2012 però viene approvata una legge che conferma la possibilità di dedurre in bilancio i costi derivanti da operazioni soggettivamente inesistenti. Nonostante ciò l’Agenzia delle Entrate emette una serie di accertamenti nei confronti di Fermet, che è già in difficoltà a causa dei mancati rimborsi. In più a fine 2009, davanti alla necessità di trovare un nuovo sito, l’azienda ha dovuto investire 15 milioni per acquisire l’ex stabilimento Italcementi di Carrara e trasformarlo. 

Gli accertamenti erano esagerati. Ma per l’azienda non c’è niente da fare – Nonostante la nuova mazzata, Ricciardi non si dà per vinto. E, assistito da Giulio Andreani, docente di Diritto tributario alla Scuola superiore dell’Economia e delle finanze di Roma, presenta alle Entrate memorie difensive e ricorsi. Gli accertamenti verranno annullati in autotutela e alla fine il Fisco ridurrà le proprie pretese a una sanzione di 200mila euro, una somma molto inferiore a quanto contestato all’inizio e sulla quale Fermet ancora oggi si oppone. Nel frattempo però i rimborsi Iva non incassati si accumulano e due anni fa alcuni operai vengono messi in cassa integrazione. Sempre nel 2012 Fermet inizia le procedure per il concordato preventivo, in modo da evitare la dichiarazione di fallimento. La società propende all’inizio per un concordato con continuità aziendale, in modo da proseguire l’attività, ma deve ripiegare su una procedura liquidatoria. Ovvero l’azienda chiuderà.

Il nodo della fideiussione impossibile – “Senza le difficoltà incontrate per cambiare sito e senza tutti quegli accertamenti dell’Agenzia delle entrate poi annullati, la mia società non avrebbe avuto alcun problema – accusa Ricciardi -. Se poi fossimo riusciti a incassare i rimborsi Iva, saremmo riusciti a salvarci lo stesso”. Oggi il credito Iva verso la pubblica amministrazione ha raggiunto i 4,7 milioni di euro, una cifra assai maggiore di quanto il Fisco ancora chiede a Fermet, 200 mila euro di sanzioni. Ma quei soldi non possono comunque essere sbloccati. Perché le norme dello Stato impongono anche alle aziende senza pendenze con l’Agenzia delle entrate di garantire con fideiussioni l’incasso dei rimborsi Iva, in modo che se un futuro accertamento fiscale li riterrà non dovuti potranno essere recuperati senza problemi. Una regola che impedisce a Fermet, oggi diventata Sgi, di avere indietro i suoi soldi: per un’azienda messa in liquidazione è impossibile ottenere da qualsiasi banca una garanzia fideiussoria.

Da Sel proposta di legge per cambiare la norma – La norma va cambiata, sostiene Ricciardi. E sulla questione la deputata di Sel Martina Nardi sta preparando una proposta di legge che punta ad abolire l’obbligo di fornire garanzie per le società sottoposte a procedure di concordato preventivo. In ogni caso Fermet ormai non si salverà più. Quei soldi, una volta sbloccati, non andranno a Ricciardi, ma ai suoi creditori. Mentre i procedimenti penali che hanno avuto origine dalle verifiche fiscali è probabile si sgonfieranno, dopo l’annullamento degli accertamenti. Ma la battaglia dell’imprenditore va avanti lo stesso. Vuole esporre il suo caso a Matteo Renzi in persona: “So che ormai quel denaro non lo prenderò più io – dice -. Ma voglio fare il massimo perché i miei creditori vengano pagati. Dopo di che cercherò di fare partire l’azienda daccapo, magari grazie a un fondo di investimento o a qualche altro imprenditore disposto ad aiutarmi. Voglio ridare il lavoro ai miei dipendenti”.

Twitter: @gigi_gno