Avere o Essere?” era il dilemma suggerito a noi adolescenti esistenzialisti da quel buon filosofo per ragazzi di Erich Fromm, a fine anni 70.

L’ “Avere”, la proprietà, oggi sembra diventare sempre più superato e provinciale: siamo per sempre entrati nell’“era dell’accesso” come ci suggerisce oggi Rifkin?

Dal carsharing e la parziale liberazione da petrolieri, assicurazioni e sbarramenti Ztl, ad Airnnb (stanza-casa in affitto per brevi periodi con allegata conoscenza di persone simpatiche, posti nuovi, possibili collaborazioni professionali) all’‘office-sharing’ che si sta affermando nella sempre più costosa Londra (mi lasci il salone di casa tua per il mio orario di ufficio mentre tu vai al tuo ufficio e quando torni a casa io sono già fuori dai piedi).

Caro vecchio Fromm, come tu sognavi, l’‘Avere’ sta perdendo, ma ‘l’Essere’ non vincerà. Il dilemma- che meglio di tutti ci esemplifica la grammatica spagnola – è tra ‘Ser’ (Essere, come condizione esistenziale stabile) o ‘Estar’ (lo ‘Stare’ provvisorietà della condizione dell’essere). Un dilemma che ha a che fare con la grammatica della vita di oggi, ben esplorato da Z.Bauman nel suo concetto di ‘Società Liquida’ e in qualche modo una vittoria postuma dell’Eraclito del ‘Panta Rhei’- ‘Tutto scorre’.

Personalmente vivendo tra tre paesi europei (…e più che liquido a volte sono fuso!) la tensione tra “essere e stare” la percepisco quotidianamente. Solo per fare un esempio l’Essere Estate’ mi passa in tre ore tra i 35 gradi di Roma (la massima) ed i 7 (la minima) della deliziosa e gentile Edimburgo. In un mosaico di aeroporti, saluti, tristezze dell’arrivederci e gioie del ritrovarsi tipiche del nomadismo professionale ma anche di chi è residente ed ha sempre più familiari od amici all’estero).

Ser y Estar’ si litigano sempre più anche il sesso: tra uomo e donna il terzo gode. Dove il terzo è il ‘Trasgender’ o l’Agender’, categoria entrata ufficialmente anche nelle immatricolazione di alcune importanti università americane o in alcuni form di accesso al Wi-fi (dove leggete: Sesso: M-F-Altro): amici del non profit, qui le ‘pari opportunità’ si complicano ulteriormente!

Al punto, lo confesso – che persino un nomade come me a volte accarezza il pensiero di ritirarsi a Pensance- il ‘mio’ posto più tranquillo in Cornovaglia-, a rammendare reti con i pescatori nella nebbia densa che sfuma il futuro e le sue angosce.

In effetti si, possiamo provare a ritirarci. O tentare ‘battaglie di resistenza’ (A.Bonomi) contro la liquidità che tutto rischia di travolgere, come quella dei tassisti italiani e spagnoli contro Uber (che a Londra ha preso piede e non ha danneggiato nessuno e fatti felici i cittadini)…Oppure, possiamo tentare di governare la società liquida. Ma come?

Il lavoro nel non profit da sempre ci ‘ancora’ in modo sperimentale a valori forti ed a una visione (solida) del bene comune. Dico in modo sperimentale perché persinol’essere’ di un valore si declina in modi culturalmente molto diversi: ad es. se – come mi è capitato- vi interessate della disabilità a Bangkok potreste sentirvi rispondere “Perché devo aiutare un disabile se quello è il suo Karma’? Molte organizzazioni non governative cattoliche hanno imposto valori non declinati secondo le sensibilità locali, non facendo bene quanto avrebbero potuto.

L’integrazione in regole chiare di convivenza-per i locali ed i nuovi cittadini acquisiti- è un criterio chiave di sviluppo o al contrario- di degrado. Ad Edimburgo questa settimana un autista ha fermato l’autobus e chiesto di scendere ad una signora che parlava troppo forte al telefono. Per prendere l’autobus ci si mette in fila in ordine di arrivo, si sale da davanti e si paga il biglietto al conducente (in Italia i sindacati si oppongono). Non solo regole ma anche solidarietà, con l’autista (scozzese) che ti tranquillizza sulla fermata a cui devi scendere dicendoti ‘I’ll give you a shout’– ‘ti faccio un urlo!’. La cultura la facciamo tutti noi, quotidianamente, con pazienza.

Tutte le grandi città europee hanno i loro problemi, ma appare evidente che il punto non sono ‘gli zingari e i rumeni”, gli “immigrati africani e i cinesi”. Semplicemente l’Italia non gestisce l’integrazione, e lo ‘stare’ non è regolato bene, né per gli immigrati né per i locali. Ci sono in giro certamente più cafoni italiani che cafoni zingari o rumeni, il problema è la cafonaggine (delinquenza, etc.) e come (non) viene gestita. Il problema è nello ‘stare’ (civile) non nell’‘essere’ (etnico). Non è “di dove sei’ ma di ‘come ti comporti qui’.

Per non essere stata in grado di gestire lo stare insieme civilmente, anche con la durezza delle regole (per tutti), credo che la sinistra abbia contribuito al razzismo dell’essere. Una sinistra – quella italiana- molto da ‘Campo dei Fiori’- Cinema e bollicine, che non va in autobus- che ha scambiato la solidarietà con il lassismo, sottovalutato il disagio del cittadino comune che non ne può più, e ridato fiato ai soliti che da sempre vogliono ‘cacciare gli immigrati’. E non solo in Italia, purtroppo.

E’ dal matrimonio fallito di solidarietà ‘liquida’ e regole ‘solide’ che nasce l’aborto di variopinti personaggi politici ‘transgender’ (dalla Padania scissionista all’Italia unita contro tutti) che non varrebbero neanche il Totò Cutugno sanremese della canzone “Io sono un italiano, un italiano vero”. Totò Cutugno almeno aveva l’arte ed il fisique du role.

Per l’immagine dell’Italia, dopo il danno (Berlusconi), la beffa (Salvini). Ma se Italia piange, Europa certo non ride.

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