L’inchiesta della tv tedesca Ard sul mondo del doping, in collaborazione col britannico Sunday Times, ha dell’incredibile. Grazie a una fonte interna della Iaaf (Federazione internazionale di atletica) i due media hanno ottenuto i documenti relativi ai risultati di 12mila test antidoping effettuati su 5mila atleti tra il 2001 e il 2012. I risultati sono sconcertanti: nell’atletica leggera il doping è diffuso ovunque. Almeno 800 atleti, uno ogni sette presi in esame, ha valori che “sono incredibilmente anormali, facendo pensare con una discreta sicurezza che abbiano assunto doping”, dicono gli esperti. Limitandosi alle medaglie olimpiche o mondiali tra il 2001 e il 2012, sono ben 146 (di cui almeno 55 d’oro) le medaglie sporche: ottenute cioè da atleti con valori ematici sospetti.

La risposta della Iaaf, nel comunicato ufficiale, è imbarazzante: il problema non sarebbe il doping, ma solo che “tali documenti sono stati ottenuti illegalmente, senza il consenso della federazione, che si riserva di adire a vie legali”. I casi di Assange e Snowden non hanno insegnato nulla, ancora oggi si vuole fare credere che il problema sia come la fonte ha avuto accesso ai documenti, e non invece le terribili scoperte fatte. Domenica sera a margine della 128esima sessione del Cio (Comitato Olimpico Internazionale) in cui sono stati rinominati i membri, con avvicendamenti dovuti all’età – per l’Italia sono rimasti i “giovani” Carraro, Pescante e Cinquanta -, il presidente Thomas Bach ha detto che resta “la presunzione di innocenza”, ma nel caso fosse provato il dolo sarà “tolleranza zero”. Parole che arrivano fuori tempo massimo.

Per capire che qualcosa nel mondo dell’atletica non sia andato per il verso giusto negli ultimi anni bastava guardare la finale dei 100 metri della Diamond League di Losanna a inizio luglio, vinta da Justin Gatlin con l’ottimo tempo di 9’75”. Ben cinque dei sette finalisti – oltre a Gatlin anche Powell, Gay, Rodgers e Collins – sono stati squalificati a loro tempo per abuso di sostanze dopanti. Robin Parisotto e Michael Ashenden, due dei maggiori esperti mondiali di antidoping cui Ard e Sunday Times hanno sottoposto i documenti dell’inchiesta, non hanno dubbi: “Non abbiamo mai visto una tale quantità di esami con valori così anomali e sballati, prima di tutto è la sicurezza degli atleti a essere a rischio”.

Tra l’altro questa è solo l’ennesima puntata di una serie di inchieste sul doping trasmesse da Adr, che già a dicembre aveva sferrato un durissimo attacco alla Iaaf, colpevole di avere taciuto su oltre 150 casi sospetti di doping tra il 2006 e il 2008, principalmente russi ma anche britannici, tedeschi e africani. Oggi la Russia e il Kenya tornano in pole position come paesi più dopati mentre le Olimpiadi di Pechino (19 medaglie d’oro sospette) vincono davanti ad Atene (16) e Londra (10). Ma non è finita qui, tutto questo avviene nemmeno un mese prima dell’elezione del nuovo presidente della Iaaf. Il presidente uscente Lamine Diack, il cui regno ininterrotto per 16 anni (dopo i 18 consecutivi di Primo Nebiolo) ricorda molto da vicino la dittatura di Sepp Blatter nella Fifa, domenica ha definito “ridicole” le accuse portate da Adr e Sunday Times.

Si vota il 20 agosto e il favorito è Sebastian Coe, ex mezzofondista britannico, davanti di diverse lunghezze rispetto a Sergei Bubka, il mitologico saltatore con l’asta ucraino. Il problema è che Bubka viene da una delle federazioni più chiacchierate in termini di doping. E che Coe, che oggi si vuole presentare pulito e profumato, è un influente membro della Iaaf dal 2003 – coprendo quindi tutti gli anni dello scandalo – ed è stato presidente del comitato organizzatore di Londra 2012, una delle manifestazioni che secondo i documenti in possesso di Adr e Sunday Times era a doping libero. Per una vera pulizia sarebbe meglio guardare altrove, per questo alla fine il presidente sarà uno di loro due.

Twitter @ellepuntopi