I Comuni italiani hanno subito tagli per 8 miliardi e le tasse locali sono aumentate del 22% in tre anni, con un record nella città più grandi e nei centri sotto i 2mila abitanti. L’imposizione fiscale è arrivata al limite. E’ la fotografia della finanza locale scattata dalla Corte dei Conti nella Relazione sulla finanza locale. Nell’ultimo triennio si è verificato un “incremento progressivo della pressione fiscale” comunale, passata dai 505,5 euro 2011 ai 618,4 euro pro capite 2014, si legge nel documento in cui i magistrati contabili sottolineano anche come negli ultimi 7 anni gli enti locali abbiano subito tagli per complessivi 40 miliardi e come, a causa della riduzione delle risorse seguita alla riforma Delrio, nella Province siano “a rischio i servizi fondamentali”. Il nuovo allarme sul fisco locale, alla luce degli annunci di Matteo Renzi sull’abolizione della tassa sulla prima casa già a partire dal 2016, ha provocato le reazioni dei sindacati: il segretario confederale della Cgil Danilo Barbi ha detto che “le mancate entrate derivanti dall’abrogazione di Tasi e Imu saranno coperte da tagli sui servizi normalmente fruiti da questi cittadini”. Il premier ha risposto dalle colonne de L’Unità, scrivendo a un lettore che “i soldi in meno della Tasi-Imu saranno restituiti integralmente ai Comuni”.

Per i magistrati contabili “i livelli massimi di riscossione tributaria” si registrano nei 12 Comuni con più di 250mila abitanti, dove arriva a 881,94 euro a testa. Nei Comuni tra 60mila e 249mila abitanti la riscossione procapite si attesta a 649,69 euro. Ma pagano molto anche i Comuni della fascia più bassa (da 1 a 1999 abitanti) con 628 euro per abitante, dato “indicativo di come il livello penalizzante della pressione fiscale nei piccoli centri sconti le differenze di base imponibile (e quindi la minore capacità fiscale) che, a fronte delle più che incisive misure correttive sui livelli di disponibilità finanziarie indispensabili a garantire servizi essenziali, hanno determinato una ‘rincorsà all’esercizio del massimo sforzo fiscale”. La quota più bassa di riscossione fiscale si registra nei Comuni tra 5 e 10mila abitanti (511,76 euro procapite) e comunque tutte le fasce intermedie si collocano sotto i 600 euro a testa.

La dinamica delle entrate locali, scrivono i magistrati contabili, è dovuta principalmente a “due fenomeni: il deterioramento del quadro economico, con effetti penalizzanti soprattutto sul gettito risultante dalle più ridotte basi imponibili” e le “numerose manovre di risanamento della finanza pubblica, i cui effetti prodotti dal disorganico e talvolta convulso succedersi di interventi sulle fonti di finanziamento degli enti locali hanno determinato forti incertezze nella gestione dei bilanci e nella formulazione delle politiche tributarie territoriali”.

Di conseguenza i Comuni, che tra il 2010 e il 2014 hanno subito tagli per circa “8 miliardi“, hanno messo in atto “aumenti molto accentuati” delle tasse locali “per conservare l’equilibrio in risposta alle severe misure correttive del governo”. Oggi tuttavia, scrivono ancora i magistrati, il peso del fisco è “ai limiti della compatibilità con le capacità fiscali locali”.

“Sul fronte delle entrate – si legge in premessa nella relazione – il radicarsi di un meccanismo distorsivo, per cui il concorso degli enti locali agli obiettivi di finanza pubblica pesa, in ultima istanza, sul contribuente in termini di aumento della pressione fiscale, trova origine nei pesanti e ripetuti tagli alle risorse statali disposti dalle manovre finanziarie susseguitesi dal 2011, cui fa eco il cronico ritardo nella ricomposizione delle fonti di finanziamento della spesa, necessaria per garantire servizi pubblici efficienti ed economici. Ciò aggrava e rende permanente l’inefficienza delle gestioni, nonostante l’incremento consistente delle entrate proprie (+15,63% rispetto al 2013) che fa crescere l’autonomia finanziaria oltre la soglia del 65% ed assorbe la diminuzione progressiva e costante dei trasferimenti (-27,29%)”.

I magistrati contabili osservano anche che “la crescita dell’autonomia finanziaria degli enti non sembra produrre benefici effetti né sui servizi, né sui consumi e sull’occupazione locale, in assenza di una adeguata azione di stimolo derivante dagli investimenti pubblici”. “Andrebbe dunque recuperato il progetto federalista che lega la responsabilità di ‘presa’ alla responsabilità di ‘spesa’, realizzando una necessaria correlazione tra prelievo ed impiego”. Progetto “a cui è sicuramente funzionale la determinazione dei costi e dei fabbisogni standard, necessaria per superare definitivamente il criterio della spesa storica, ma che i più recenti interventi normativi non sembrano sostenere adeguatamente, andando nella direzione di una maggiore flessibilità dei bilanci, di una effimera ricostituzione della liquidità con oneri di rimborso a lunghissimo termine e di un alleggerimento degli oneri connessi alla neonata disciplina dell’armonizzazione contabile”.