E’ arrivato al Quirinale in Panda grigia – in quello che per i suoi ammiratori è stato il primo segno della sua sobrietà, i critici ravvisano un tratto di insipienza – ma rinfaccia a Bruxelles i suoi “eccessi di austerità“. Ha dichiarato di voler indossare fin dal primo discorso al Parlamento, il 3 febbraio, i panni dell'”arbitro imparziale“, quasi a tracciare un solco tra sé e l’immediato predecessore, a più riprese intervenuto in maniera attiva nella vita politica del Paese. E, molto più dei presidenti che prima di lui hanno vegliato sulle istituzioni dal Colle più alto, ha puntato il dito contro la mafia e la corruzione in un momento in cui la classe politica è al centro di diversi scandali, dall’inchiesta Grandi Opere a Mafia Capitale. Sono passati sei mesi dal 31 gennaio, giorno in cui Sergio Mattarella venne eletto Presidente della Repubblica. E’ vero, 180 giorni son pochi per dare un giudizio complessivo sul suo operato: l’ex giudice costituzionale ha avuto il merito di riportare al centro del dibattito temi poco o per nulla affrontati da chi lo ha preceduto, ma non ha dovuto affrontare crisi di governo, circostanza in cui si vede di che pasta è fatto un capo dello Stato, e la partita delle riforme è ancora quasi tutta da giocare.

LA CORRUZIONE TORNA AL CENTRO DEL DIBATTITO POLITICO – La differenza emerge ad una semplice ricerca nell’archivio dell’Ansa. Cercando tra i titoli “Mattarella corruzione” e “Napolitano corruzione” la differenza è sensibile: 29 risultati per l’attuale capo dello Stato in 6 mesi, 36 quelli collezionati dal predecessore in 9 anni, in entrambi i casi corrispondenti agli appelli lanciati contro il male che divora le istituzioni a tutti i livelli (nessun risultato per Carlo Azeglio Ciampi, uno per Oscar Luigi Scalfaro, zero per Francesco Cossiga). “La corruzione ha raggiunto un livello inaccettabile“, scandiva il 3 febbraio il neo-presidente. Che il 9 marzo tornava sull’argomento: i giudici devono impegnarsi a fondo nella “lotta alla corruzione”, scandiva parlando ai giovani magistrati al Quirinale, ribadendo il concetto il 25 aprile, per il 70° della Liberazione: “Democrazia vuol dire anche battaglia per la legalità“. Per poi allargare il concetto il 14 maggio e sottolinearne amaramente la diffusione nel Paese “come se ci fosse una sorta di concezione rapinatoria della vita”. Un “sistema gelatinoso” che va combattuto, ha ribadito giovedì durante la cerimonia del Ventaglio al Quirinale. Neanche una settimana prima, la Commissione Giustizia della Camera dava al via libera a un emendamento al ddl sulla giustizia presentato da Ncd che prevede una stretta alle intercettazioni tra privati, strumento giudicato dall’ex procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso “legittimo e di grande utilità per le indagini su reati molto gravi, come l’estorsione e la corruzione”.

“LOTTA ALLA MAFIA, PRIORITA’ ASSOLUTA” – Una serie continua di richiami che si intreccia con i moniti utilizzati fin dal primo giorno per far sì che nelle istituzioni di tornasse a parlare di mafia. “Un cancro pervasivo che distrugge speranze, impone gioghi e sopraffazioni, calpesta diritti. Garantire la Costituzione significa assicurare la legalità con la lotta alla mafia – esordiva il 3 febbraio nel discorso interrotto dai 46 applausi – penso a Giovanni Falcone e a Paolo Borsellino”. Il 19 marzo Mattarella ribadiva il concetto davanti a una ribalta internazionale, quella fornita dalle telecamere della Cnn: “Sono sempre stato convinto che quello della lotta alla mafia sia un tema centrale, decisivo. La coscienza civile è molto cresciuta in Italia e in Sicilia”, ribadiva il capo del Quirinale parlando dell’assassinio del fratello Piersanti, ucciso dalla mafia nel 1980. “La mafia”, continuava” va combattuta “perché è un cancro oppressivo” che limita “la libertà di tutti e riduce le possibilità di sviluppo” di alcune aree del Paese.

FRENO AI DECRETI: STOP A RENZI SU RAI E SCUOLA“L’arbitro deve essere e sarà imparziale, i giocatori lo aiutino con la loro correttezza”, sottolineava il giorno dell’insediamento. Tradotto: la “supplenza Napolitano” è finita. Certo, Mattarella non ha rinunciato a esercitare una “moral suasion” nei confronti di Matteo Renzi quando dall’alto del Colle si è percepito che il rottamatore aveva pronta qualche mossa spregiudicata. Come successe per l’idea di regolare la scuola attraverso un decreto: il piano per l’assunzione di 120mila precari era stato inserito in un dl contenente tanti temi diversi (dalla paritarie al potenziamento di alcune discipline), non tutti caratterizzati da criteri di necessità e urgenza. Di qui la retromarcia arrivata il 3 marzo, in linea con le parole pronunciate da Mattarella il 3 febbraio: “Vi è la necessità di superare la logica della deroga costante alle forme ordinarie del processo legislativo”. Analoga la dinamica che ha portato il premier a rinunciare alla decretazione d’urgenza sul tema della riforma della Rai: il Colle fece sapere che non avrebbe firmato decreti e l’operazione si arenò. Un’attenzione che non diventa un dogma, visto il numero dei dl firmati in questi 6 mesi. Perché “nessuno è un uomo solo al comando – ha detto Mattarella giovedì ai cronisti parlamentari – nella nostra Costituzione c’è un sistema di accordi e funzioni di controllo reciproco e di influenze vicendevoli, una garanzia della nostra Costituzione a presidio di un’autentica democrazia”. Lo diceva di se stesso, ma non solo.

IMMIGRAZIONE, GLI APPELLI CONTRO GLI EGOISMI DELL’UE – Nel pieno del dibattito innescato nel Paese dall’intensificarsi dei flussi migratori provenienti dal Nord Africa, Mattarella ha levato la voce dell’Italia all’indirizzo di Bruxelles con sempre maggiore intensità. Se il 3 febbraio sottolineava in Parlamento come l’esistenza di “milioni di individui e famiglie in fuga dalle proprie case” sia “un’emergenza umanitaria che deve vedere l’Ue più attenta, impegnata e solidale”, il 19 marzo il capo dello Stato difendeva davanti ai microfoni della Cnn l’operazione Mare Nostrum, accusata da Merkel e soci di fungere da incentivo agli arrivi. “Ha salvato tante vite umane e non incentivava l’arrivo dei naufraghi”, aumentato del “60%” da quando è stata istituita Triton. Un mese dopo, nella notte tra il 18 e il 19 aprile, un peschereccio con oltre 750 migranti si era inabissato nel Canale di Sicilia e il capo dello Stato sottolineava “la totale insufficienza delle iniziative assunte dalla comunità internazionale”. “E’ dovere nostro, dell’Europa, fare di più per poter impedire queste stragi”, rincarava il 21 aprile. Perché, ribadiva il 25 aprile, sul tema immigrazione “la nostra Europa si gioca la sua credibilità e il suo stesso futuro: senza la consapevolezza del proprio ruolo nel mondo e senza solidarietà non è Europa“.

I MONITI A BRUXELLES: “ECCESSO DI AUSTERITA’, ORA SERVE LA CRESCITA” – Un climax ascendente che caratterizza anche gli appelli contro la dottrina dell’austerità seguita da un’Ue a trazione franco-tedesca. “L’Europa deve cambiare passo”, scandiva il 2 marzo proprio a Berlino durante la prima visita all’estero, e riprendere a crescere per le nuove generazione che sono “le più duramente colpite dalla crisi”. Il riferimento si faceva più preciso il 28 marzo, in un’intervista a Le Figaro alla vigilia della visita in Francia: “E’ il momento di superare la fase del rigore con il rilancio della crescita economica“. Ancora più chiaro il messaggio lanciato il 1° maggio, per la Festa del Lavoro: “L’Unione europea deve correggere la propria rotta” e “imboccare politiche orientate alla crescita”. Rilievi che diventavano taglienti nei giorni cruciali della crisi greca: il 16 luglio parlando alla cerimonia per i 50 anni del Traforo del Monte Bianco, Mattarella sottolineava le “difficoltà attuali dell’edificio europeo e alla crisi di credibilità che lo affligge, legate ad evidenti affanni di progettualità e volontà politica generati da miopi percezioni di interessi nazionali.

LA PROVA DELLE RIFORME: HA FIRMATO L’ITALICUM, A RISCHIO INCOSTITUZIONALITA’ – “Lo aspettiamo alla prova della firma”, annunciava il grillino Alessandro Di Battista il giorno dell’elezione. Le prime firme di Mattarella arrivavano il 4 marzo: quelle poste in calce al decreto sull’Ilva e ai due decreti attuativi del Jobs act. E il 6 maggio arrivava l’autografo che conferiva validità alla legge elettorale, quell’Italicum che presenta diversi aspetti di incostituzionalità che Mattarella stesso aveva ravvisato nel Porcellum in qualità di giudice della Corte Costituzionale. Secondo il parere di autorevoli giuristi, la legge approvata il 4 maggio con 334 sì, 31 no e 4 astenuti presenta i medesimi vizi di costituzionalità già censurati con la sentenza numero 1 del 2014 con cui la Consulta aveva dichiarato incostituzionale la precedente legge, con riguardo al premio di maggioranza e alle liste bloccate.