L’Italicum è il nuovo sistema elettorale. La Camera ha dato il via libera definitivo alla legge: i sì sono stati 334, i no 61, gli astenuti 4. Tutte le opposizioni, d’accordo tra loro, prima del voto hanno abbandonato l’Aula di Montecitorio. Lo scrutinio è stato segreto (come richiesto da Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia), ma i voti contrari sono arrivati – da quanto si capisce – dalla minoranza Pd, da alcuni deputati del Misto, del Nuovo Centrodestra e uno da Forza Italia (contrariamente alle indicazioni del gruppo). Un applauso di pochi secondi partito dai banchi del Pd ha salutato l’approvazione della legge. Molti parlamentari della maggioranza che sono andati a baciare il ministro per le riforme Maria Elena Boschi, a partire dai ministri Angelino Alfano e Roberta Pinotti e diversi sottosegretari.

La nuova legge elettorale “aveva un grande elemento di chiarezza – aveva detto poco prima il presidente del Consiglio – Per cinque anni sarà chiaro il governo, chi vince. Ci sarà un sistema nel quale il nostro Paese potrà finalmente essere punto di riferimento per stabilità politica, che è precondizione per l’innovazione economica”. In Aula il vicesegretario del partito Lorenzo Guerini ha aggiunto: “Diamo valore alla nostra coerenza, così da dare risposte agli impegni presi”. Per Pier Luigi Bersani, a capo dei “dissidenti” del Pd e tra coloro che certamente hanno votato contro, “il dissenso è stato abbastanza ampio. Ora cosa fatta capo A…ma il dato politico sia sull’approvazione della legge sia sulle dimensioni del dissenso è non poco rilevante”.

Secondo Roberto Speranza, capogruppo dimissionario proprio per il dissenso sulla legge elettorale “se 38 sfidano non votando la fiducia vuol dire che il dissenso è molto maggiore. Ma non sono i numeri ad interessarmi, il fatto è che si è approvata la legge elettorale con meno della maggioranza. Questo è il punto politico ed è quello che ho sempre detto a Renzi dall’inizio”. Secondo Renato Brunetta è una “vittoria di Pirro”.

In attesa del timbro di Mattarella
Ma oltre alle dinamiche politiche ora resta l’attesa per la controfirma del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il Movimento Cinque Stelle, con Danilo Toninelli, ha fatto appello in Aula direttamente al capo dello Stato perché non dia l’ok alla riforma elettorale. E il presidente rischia di finire in mezzo a tirate di giacca da una parte e dall’altra: “Ovviamente rispetto il ruolo del presidente della Repubblica – dichiara il ministro per le Riforme Boschi – Non tiro per la giacchetta Mattarella. Però siccome è un costituzionalista sono convinta che la firmerà”. Mattarella era tra i giudici della Corte costituzionale che aveva “bocciato” il Porcellum che diversi giuristi hanno paragonato allo stesso Italicum. La prassi consolidata prevede da parte del Quirinale una valutazione di “manifesta incostituzionalità“, prassi che rende chiaro che non si può sostituire in maniera preventiva ad una eventuale istruttoria successiva della Consulta. Tra l’altro l’articolo 74 della Costituzione prevede che il presidente della Repubblica, in caso di rinvio alle Camere di una legge, debba accompagnare questo rinvio con un messaggio motivato e che in caso di seconda approvazione sia obbligato comunque a promulgarla. Moltissimi tra l’altro i precedenti del passato di leggi promulgate dal Quirinale e poi finite sotto la lente della Corte costituzionale.

Ma al di là degli articoli e delle prassi, nonostante il silenzio assoluto del Colle in materia, basta rileggere gli interventi di Mattarella in questi quasi tre mesi passati al Colle per capire quanto sia rispettoso delle prerogative parlamentari ma anche quanto forte senta l’esigenza di compiere il percorso riformatore. “Un’altra priorità è costituita dall’approvazione di una nuova legge elettorale, tema sul quale è impegnato il Parlamento”, disse infatti nel discorso d’insediamento alle Camere. “Le riforme sono un percorso virtuoso. Questo è fuori di dubbio”, confermò solo pochi giorni fa conversando con i giornalisti.

Chi c’era e chi non c’era
Su 310 deputati del Pd, 303 hanno partecipato al voto, 1 era in missione e 6 non hanno preso parte al voto finale. Di Area Popolare (Udc e Ncd) su 33 deputati, 30 hanno partecipato, 2 non hanno preso parte al voto e 1 era in missione. Di Forza Italia su 70 deputati, 1 ha partecipato al voto (si tratta di Francesco Saverio Romano, che lo ha dichiarato in Aula), 8 erano in missione e 61 non hanno partecipato alla votazione. Fedeli alla linea i 17 deputati della Lega Nord che non sono entrati in Aula, così come i 24 di Sel e i 90 del M5S (tranne 1 che era in missione). Anche i deputati di Fratelli d’Italia non hanno partecipato al voto: 6 su 8, (due erano in missione). Del gruppo misto, su 38 deputati, 29 hanno partecipato allo scrutinio finale, 7 non vi hanno preso parte e 2 erano in missione. Sui 13 deputati di Per l’Italia-Centro democratico, 12 hanno votato e 1 non ha partecipato. Dei 25 deputati di Scelta civica, 24 hanno votato mentre uno era in missione.

Tra coloro che hanno dichiarato di votare no nel Pd Bersani, Rosy Bindi, Speranza, Marco Meloni (lettiano), Enzo Lattuca, Pippo Civati, Barbara Pollastrini. I prodiani Sandra Zampa e Franco Monaco non hanno partecipato al voto così come i bersaniani Michela Marzano, Giacomo Portas, Davide Zoggia. Nel Nuovo Centrodestra a votare è stata Nunzia De Girolamo. Dentro Forza Italia ha votato no – restando in Aula al contrario del resto del gruppo – Saverio Romano (sponda Fitto).

Scelta Civica: “Siamo determinanti per la maggioranza”
E il risultato è che ora anche un partito che secondo tutti i sondaggi è ridotto quasi al lumicino, Scelta Civica, rivendica di essere indispensabile in Parlamento: “Il voto di oggi – si legge in una nota di quelli che una volta si chiamavano montiani – dimostra che se la minoranza Pd si mette di traverso, senza Scelta Civica la maggioranza alla Camera non c’è. E’ un dato politico di assoluta rilevanza in vista dei futuri interventi di politica economica e di rinnovamento della nostra Pubblica Amministrazione”.

Le opposizioni, da Sel alla Lega
Per il Movimento Cinque Stelle hanno spiegato il non voto Toninelli e Riccardo Nuti: “State facendo un atto di viltà che vi si ritorcerà contro – ha detto in Aula – Volete buttare fuori M5S per continuare a spartirvi la torta. Ma noi siamo a dieta e la torna non la vogliamo. Perché la gente non vi ha presi a calci nel sedere? Perché la gente va al teatro e non distingue più la realtà dalla finzione. Il Parlamento è un teatrone… Vogliamo fare un minuto di silenzio per questa legge elettorale come lo facciamo per tante altre cose?”.

Hanno detto no anche gli ex M5s di Alternativa Libera (in Aula ha parlato Walter Rizzetto) e i Fratelli d’Italia, come annunciato dal capogruppo Fabio Rampelli. “Non voteremo questa legge con la quale la democrazia si suicida – ha detto – Una scena penosa vedere gli eredi di Gramsci costretti a votare una pessima legge perché impauriti da Renzi di tornare a casa”. No atteso anche dalla Lega Nord: “In questo disastro Renzi è un maestro che approfitta delle debolezze di tutti, ma suona uno spartito senza capo ne coda: ha cantato Bella ciao sulle note di Giovinezza” ha scandito Giancarlo Giorgetti.

Di “pessima legge” ha parlato Nicola Fratoianni per Sel, “non perché ha difetti formali, ma perché ispirata da un impianto sbagliato, da una cultura politica sbagliata”. “Voi dite – ha proseguito il coordinatore nazionale del partito – che la legge viene fatta per dare la governabilità. Ma democrazia significa governo del popolo e forse è qui l’inceppo. Capita che il popolo sia una cosa complessa, capita perfino che il popolo abbia qualcosa da ridire” per questo “avete fatto una legge che costruisce una democrazia decidente in cui il popolo è silente. La governabilità è un valore, ma se il governo è capace di trovare punti di mediazioni, altrimenti diventa un vertice separato, autoreferenziale in cui la decisione perde di legittimità sostanziale. Noi abbiamo un’altra idea in cui conflitti e resistenze non siano uno scarto della storia”.

Lorenzo Dellai ha dichiarato il sì del gruppo dei Popolari per l’Italia, gli “scissionisti” di Scelta Civica. “Il governo da questo voto esce più solido, ma il presidente del Consiglio dovrà ascoltare il dissenso” ha detto Dellai. A favore anche Scelta Civica, come dichiarato dal capogruppo Andrea Mazziotti Di Celso. Ha rivendicato il proprio voto favorevole anche il Nuovo Centrodestra. Maurizio Lupi, il capogruppo, per sostenere la tesi della bontà di questa legge ha usato le parole usate da Brunetta nel primo passaggio alla Camera, quando Forza Italia aveva votato a favore dello stesso testo. Forza Italia, aggiunge, “continua ad arrampicarsi sugli specchi spiegando che questa legge era una svolta epocale se al Quirinale era eletto Amato ed è un rigurgito fascista dopo l’elezione di Mattarella. Non credo che Fi possa pensare oggi che erano incostituzionali e fascisti gli obiettivi che Berlusconi aveva nel 1994″.