Antonio Azzollini è salvo, i senatori del Partito Democratico hanno votato contro l’arresto dell’esponente di Ncd ribaltando la decisione della Giunta delle immunità e il partito si è spaccato. La crepa parte dai vertici, a livello di segreteria, e si irradia verso il basso fino agli ultimi barchi del Parlamento. “Sono piuttosto arrabbiata – faceva sapere nella serata di mercoledì la vicesegretaria Debora Serracchini – credo che abbiamo commesso un errore, se non nel merito almeno nel metodo: la decisione della giunta si rispetta. Se fossi stata un senatore avrei votato ‘sì”. A stretto giro arrivava la risposta dell’altro vicesegretario dem, Lorenzo Guerini: i senatori, spiegava in una nota, hanno letto le carte e se alcuni hanno votato contro l’arresto dell’esponente del Nuovo Centrodestra “è perché non hanno rilevato dalle carte ragioni sufficienti per dare il loro assenso”.Vera divergenza o gioco delle parti? Difficile da dire, ma il disagio è diffuso, l’imbarazzo innegabile.

Il ritorno al “Renzi 1” promesso dal premier dopo l’inciampo alle Regionali è rimasto un annuncio come tanti. Perché solo un anno fa, pochi giorni prima delle Europee, il presidente del Consiglio aveva risolto la pratica di Francantonio Genovese con un diktat dei suoi: il deputato per il quale la Procura di Messina aveva chiesto l’arresto con le accuse di associazione a delinquere, riciclaggio, peculato e truffa venne lasciato al suo destino e divenne il 6° deputato della storia della Repubblica di cui la Camera ha concesso l’arresto. Oggi Renzi si scopre garantista e in nome della realpolitik decide di lasciare ai senatori dem liberta di coscienza sulla richiesta dei domiciliari formulata per Azzollini dalla procura di Trani: con un Pd alle prese con una minoranza interna mai doma, i voti degli alleati del Nuovo Centrodestra sono vitali per la sopravvivenza del governo e il premier lo sa bene.

“L’esito di ieri  va analizzato politicamente – è l’analisi di Massimo Franco sul Corriere della Sera – è l’unico modo per spiegare perché il grosso del Pd abbia votato ‘sì’ all’arresto in commissione, per poi smentirsi in Aula; e perché abbia usato due pesi e due misure rispetto al recente passato. E’ chiaro che se avesse prevalso la logica applicata in alcuni casi simili alla Camera, l’esecutivo avrebbe corso seri rischi. Il partito di Angelino Alfano sa quanto i suoi voti siano indispensabili a Palazzo Chigi per poter sopravvivere. “Il rapporto fra Renzi e il partito di Alfano è sempre più stretto – scrive Stefano Folli su La Repubblica – e assomiglia ormai a un destino comune, a fronte di un centrodestra prigioniero di Salvini, leader di fatto del mondo berlusconiano”.

Così anche quel Matteo Renzi che nacque rottamatore si scopre conservatore per convenienza, nello stesso giorno in cui un vecchio amico presenta, proprio in quel Senato al centro della vis riformatrice del premier e in cui i numeri della maggioranza ballano di più, il suo nuovo gruppo. Alleanza liberal popolare per le autonomie è la nuova creatura parlamentare varata da Denis Verdini, ex coordinatore di Forza Italia, ex fedelissimo di Silvio Berlusconi e trait d’union tra i forzisti e il Pd sul tema delle riforme. Abbandonata la nave azzurra in seguito al naufragio del patto del Nazareno, il toscano Verdini si dice pronto a proseguire insieme ai dem sul cammino delle modifiche costituzionali: “Per noi il ddl Boschi deve essere approvato così com’è, se lo riapriamo entriamo in un pantano”, spiegava mercoledì in conferenza stampa fornendo i contorni del nuovo progetto politico: “Vogliamo essere liberi di completare la legislatura Costituente come avevamo iniziato. Poi c’è una prospettiva politica che ritiene che l’area moderata sia il centro del Paese”.

Una semplice coincidenza, che però fornisce agli avversari del premier un asse formidabile per puntare il dito contro quel Partito della Nazione, centrista per vocazione come del resto l’ex sindaco di Firenze, di cui il premier parlò per la prima volta nell’ottobre 2014. Un asse trasversale e centrista tra i moderati di cui la mano tesa ad Angelino Alfano sul caso del senatore al crac da 500 milioni di euro della casa di cura “Divina Provvidenza” sembra la prova generale.