Sempre più editoria, ma all’estero, per la famiglia Agnelli. Nei giorni in cui i nodi del Corriere della Sera stanno venendo nuovamente al pettine e l’ex partecipato Corriere Mercantile sta chiudendo i battenti, gli eredi dell’Avvocato confermano la crescente vocazione internazionale e puntano dritti a crescere nel blasonato Economist di cui già posseggono il 4,7 per cento. Lo ha confermato la stessa Exor, la holding di famiglia che controlla anche la Fiat. La quale, in concomitanza con l’annuncio dell’editore inglese Pearson fresco di vendita del Financial Times ai giapponesi di Nikkei, di aver messo sul mercato anche il 50% del blasonato settimanale britannico, ha fatto sapere di “aver in atto negoziazioni in merito alla possibilità di aumentare il proprio investimento nel Gruppo” inglese. Con una precisazione: “Nel caso in cui si procedesse con l’incremento dell’investimento, esso rappresenterebbe in ogni caso una partecipazione di minoranza nell’Economist (a cui Exor assicura il proprio sostegno di investitore dal 2009), a conferma del forte impegno di Exor nel garantire l’indipendenza editoriale che sta alla base dei valori e del successo dell’Economist“, fanno sapere da Torino. Senza precisare quali siano le cifre in gioco, anche se le indiscrezioni parlano di una valutazione di circa 500 milioni di euro per l’intera quota in vendita e, quindi, di almeno una decina di milioni per l’1% del gruppo.

Naturalmente sull’esito dell’operazione avranno voce in capitolo anche gli altri soci dell’Economist che oltre ad Exor, rappresentata in cda da John Elkann, comprendono su nomi come Cadburys, Rothschild e Schroder. Resta il fatto che la notizia arriva in un momento molto caldo per le partecipazioni e le ex partecipazioni editoriali italiane della famiglia torinese. Appartiene a questa seconda categoria il Corriere Mercantile di Genova, di cui Fiat è stato per 14 anni il primo azionista con il 40 per cento. Fino a quando, nel dicembre 2014, ha rivenduto per la cifra simbolica di 2 euro l’intera partecipazione alla cooperativa socia di minoranza che aveva in affidamento la testata. L’operazione, che ha visto gli altri azionisti del quotidiano genovese (i Malacalza e i Garrone con un 20% ciascuno) muoversi di concerto con gli Agnelli, è avvenuta in concomitanza con due eventi. Da una parte la riduzione del capitale della Società editrice mercantile (Sem) per perdite superiori a 2,2 milioni di euro deliberata dai soci il 20 novembre 2014, insieme alla rinuncia ad azioni di responsabilità nei confronti degli amministratori dimissionari, Luigi Vanetti e Marco Toniutti. Dall’altra la fusione nell’editrice La Stampa della società titolare del principale quotidiano genovese, il Secolo XIX, anch’esso di proprietà Fiat, ma solo dall’estate del 2014. La stessa casa editrice del quotidiano torinese (Itedi) lo ricorda nel suo bilancio 2014, precisando che la vendita del 40% di Sem è avvenuta con una perdita di 1,2 milioni di euro “a seguito della nuova presenza di Itedi nella regione” Liguria per effetto della incorporazione della Sep, l’editrice del Secolo XIX. E mentre il nuovo polo editoriale del nord ovest viaggia verso gli obiettivi di “massimizzazione dei benefici che deriveranno dalle sinergie ottenibili dalla fusione e dalla ricerca di nuove aree di sviluppo”, il Corriere Mercantile (e con lui la Gazzetta del Lunedì) nel giro di pochi mesi è arrivato al capolinea. Venerdì 24 luglio, infatti, il quotidiano fondato nel 1874 ha annunciato la resa per bocca dei suoi quindici giornalisti, tre poligrafici e due amministrativi che sono passati per sei mesi senza stipendio e l’apertura della cassa integrazione.

Non migliora, intanto, la situazione dell’editrice del Corriere della Sera, Rcs, di cui la Fiat è il primo azionista con il 16,73 per cento. Se Torino è infatti uscita vincitrice dalla battaglia di primavera che ha visto la conferma del suo amministratore delegato Pietro Jovane, adesso deve fare i conti con le difficoltà del manager stretto tra risultati che stentano ad arrivare, nodi dei debiti con le banche che arrivano al pettine, pesanti ristrutturazioni del personale, cessioni della discordia come quella dei libri alla Mondadori, che per di più potrebbero non bastare e promesse che potrebbero non essere mantenute. Come quella sulla ricapitalizzazione da quasi 200 milioni di euro già deliberata da due anni e che il cda potrebbe essere costretto a richiamare. Nonostante il disappunto degli azionisti.