Walter Zenga, lei ha detto parole chiarissime su Antonio Cassano e le ha trasmesse anche a lui. Non rientra nei piani della sua Sampdoria. Eppure Ferrero coltiva l’idea di farlo tornare. E l’avvocato Romei conferma che la porta resta aperta. Che succede se Cassano arriva per davvero?
Non credo che il presidente abbia idee diverse dalla mia. Noi siamo un gruppo che lavora nella stessa direzione e con le stesse idee.

Per Balotelli sarebbe diverso?
Ho fatto una battuta: gli potremmo offrire le scarpe, una maglia e la felicità di entrare in campo a Marassi e sentire i tifosi della Sampdoria che cantano.

Ferrero sostiene che a Genova, senza le pressioni di Liverpool, Balotelli tornerebbe a grandi livelli. Concorda?
Alla Sampdoria abbiamo bisogno di gente diversa. Ci sono calciatori che in certe squadre farebbero fatica. Balotelli comunque qui non verrà. Il problema non esiste.

E’ facile andare d’accordo con Ferrero?
Sì, perché è una persona vera. E fa della differenza uno stile di vita. E’ importante avere la stessa mentalità. Sono qui da un mese e mezzo e è come se fossi qui da sei anni.

La Sampdoria dove la mette?
Obiettivi chiari. Qualificazione in Europa League, arrivare al più presto a 40 punti in campionato e attaccare la Coppa Italia come una priorità.

Il sorteggio non è stato benevolo se, come sembra, vi toccherà il Vojvodina di Novi Sad.
Sarà un osso duro. Le squadre serbe le conosco bene (Zenga ha vinto campionato e coppa Nazionale allenando la Stella Rossa di Belgrado, ndr). L’Europa League per loro è la vetrina per guadagnarsi un contratto nell’Europa che conta. Se giochiamo attenti, organizzati e con la giusta cattiveria ci qualifichiamo. Se molliamo un po’ e prendiamo la trasferta come una rottura di scatole rischiamo di andare a casa.

A Genova con quali stimoli?
Alla Sampdoria c’è bisogno di gente che abbia senso di appartenenza. Per fare quei due punti in più c’è bisogno di amare la maglia che indossi e se non provi sentimenti profondi… Indossiamo la maglia più bella del mondo e potremmo fare un buon calcio, giocando a viso aperto dovunque. Storicamente la Sampdoria ha questa sfrontatezza, la capacità di divertire ed entusiasmare. Il tifoso doriano vuole divertirsi, vedere la sua squadra che lotta e cantare in letizia. Il nostro motto nello spogliatoi è: ”La palla non è mai fuori: la partita non è mai finita”.

Lei è andato ad allenare all’estero per necessità o per scelta?
Per scelta. Ho dato la priorità alla famiglia e alla qualità della vita. La mia carriera non mi interessava. Ho lavorato negli Emirati Arabi, in Arabia Saudita, ho avuto la fortuna di fare la Champions League asiatica e di giocare campionati completamente differenti dal nostro. Esperienza di vita completamente diverse. Parlando con mia moglie lei mi ha detto: “Tu avevi fatto quella scelta per noi e allora è giusto che ti togli delle soddisfazioni e provi a fare qualcosa di diverso”.

Il rientro in Italia durerà molto?
E’ temporaneo. Me ne tornerò a vivere a Dubai quando avrò finito il mio contratto con la Sampdoria.

Il contratto scade fra un anno…
Ho firmato per un anno perché sono venuto a Genova con grande entusiasmo e passione ma ho rifiutato clausole di qualsiasi genere. Un anno di contratto basta. Se le cose andranno bene il rinnovo sarà automatico. Non voglio essere di peso per nessuno. Non cercavo un contratto in termini di durata e di soldi. Cercavo una società che avesse la capacità di farmi sentire le farfalle nello stomaco. E un contratto che mi potesse dare qualcosa in cui credere ciecamente.

E voilà la Sampdoria…
Io sono interista, ho il sangue nerazzurro. Ma la mia seconda squadra è sempre stata la Sampdoria. Ho avuto anche questa fortuna nella vita. Ho giocato in Serie A per le uniche due squadre per le quali facevo veramente il tifo: l’Inter e la Sampdoria. L’Inter era l’Inter ma per la Sampdoria ho sempre avuto un debole. L’amicizia con Vialli e Mancini nell’Under 21, con Lombardo, Mannini, Pagliuca ha rafforzato un amore nato quando ero giovane, che ho coltivato negli anni. In Nazionale dicevo a Luca. “Dai, vieni all’Inter” e lui: “Dai vieni tu alla Sampdoria…”.

L’Inter per lei è un capitolo chiuso?
E’ chiuso a livello professionale. Pensare e dire: “Il mio sogno è allenare l’Inter” alla lunga diventa stancante.

Perché non è mai accaduto?
Perché hanno scelto altri, perché non si sono combinati i momenti. Una volta ero io sotto contratto o mi stava nascendo un figlio o avevo un concorrente come Mancini. Non ho mai preso questi appuntamenti mancati come sconfitte, ma come note positive. Titoli di merito. Ricordo la telefonata di Branca: “Ci sei anche tu”, purtroppo avevo appena firmato in Arabia Saudita. E l’Inter prese Gasperini.

Al Milan arriva il thailandese mister Bee a dare manforte a Berlusconi e Thohir ha sostituito Moratti all’Inter. Gli americani sbarcano a Roma e Bologna. Ci stanno colonizzando?
E’ il mondo globale. Io vivo a Dubai: i miei bambini, Samira, sei anni, parla inglese e arabo, e Walter jr, tre anni e quattro mesi, l’inglese. Frequentano scuole internazionali, saranno cittadini del mondo. Io sono diventato padre per la quarta volta a 50 anni e poi ancora a 52, è normale invecchiare. Ma conta invecchiare stando al passo con i tempi e con i tuoi figli. L’invasione dei padroni stranieri nel calcio ci sta, è lo specchio del mondo globale.

Gli arabi non sono attirati dall’Italia, vanno a investire in Premier League o in Ligue 1. Perché?
Due anni e mezzo fa venni in Italia con una squadra degli Emirati. Andammo in uno stadio e uno del mio staff che giocò i Mondiali italiani commentò: “Ma è uguale al 1990”. La Juventus ha un stadio gioiello. Il Milan vuole costruirlo, l’Inter ristrutturerà San Siro, l’Udinese lo sta costruendo, Atalanta e Fiorentina hanno tolto le barriere. Le genovesi gestiranno il Ferraris.

A Catania ha conosciuto Pulvirenti. Stupito del triste epilogo della sua carriera di uomo di sport?
Mi ha fatto male perché Catania ha rappresentato una tappa fondamentale della mia vita, non della mia carriera. Preferisco ricordare Pulvirenti di fianco a me in panchina con le incazzature che si faceva e le liti negli spogliatoi, le passeggiate con Lo Monaco e la gente che ama la squadra. Sento un dispiacere profondo per la città e per chi lavora per il Catania calcio.