Giorni difficili per l’Inpgi, la cassa di previdenza dei giornalisti. La situazione dei conti non è sostenibile a lungo termine, come ha certificato anche l’ultima relazione della Corte dei conti sulla gestione finanziaria dell’istituto. Mentre in molti giudicano iniqua e tardiva la proposta di riforma del regolamento dell’ente, che proprio quei conti dovrebbe mettere a posto. A idearla è stato il cda guidato dal presidente Andrea Camporese, per il quale la procura di Milano ipotizza il reato di corruzione e truffa aggravata nell’indagine appena chiusa sulla vicenda Sopaf.

Tutti elementi, che uniti uno all’altro, rendono la strada della riforma in salita. Tanto più che andrà ottenuto l’ok dei ministeri dell’Economia e del Lavoro, dopo il parere non vincolante delle parti sociali, ovvero gli editori della Fieg e il sindacato Fnsi, la cui giunta esecutiva ha dato un primo ok condizionato ad alcune modifiche.

Nessuno mette in dubbio una cosa: che la riforma sia necessaria e urgente. Del resto “i numeri dell’ultimo triennio – hanno scritto i giudici contabili – sono assai pesanti e segnano un progressivo peggioramento degli equilibri previdenziali”. Così nel 2014 il disavanzo tra i contributi obbligatori correnti versati dagli iscritti e le prestazioni obbligatorie correnti garantite tra pensioni e ammortizzatori sociali è salito fino ai 118 milioni di euro, dai 92 milioni che era nel 2013.

Numeri che dipingono una situazione ancora più grave rispetto a quella rappresentata nel bilancio, che considerando anche contributi e prestazioni non obbligatorie, sanzioni, altri ricavi e altri costi, aveva contabilizzato per la gestione previdenziale e assistenziale del 2014 un più ottimistico -81,6 milioni (era a -51,6 milioni nel 2013). Differenze che non cambiano però il concetto di fondo: per quanto riguarda l’attività centrale dell’ente, ovvero quella di pagare pensioni e assistenza in caso di perdita del lavoro, dalle casse dell’Inpgi esce più di quanto entri. E la situazione va sempre peggio, vuoi per la perdita di posti di lavoro degli ultimi anni e per i prepensionamenti, che hanno portato a una diminuzione delle entrate contributive di circa 30 milioni dal 2010 al 2014, vuoi per un aumento del costo nelle pensioni che nello stesso periodo è passato da 369 a 444 milioni, vuoi per un maggiore ricorso agli ammortizzatori sociali (con un saldo su questo fronte passato dal +8,8 milioni del 2010 ai -16,7 del 2014).

Mentre l’utile 2014, positivo per 17 milioni, è stato reso possibile solo grazie alle plusvalenze generate dallo spostamento di una parte del patrimonio immobiliare dalle immobilizzazioni materiali a quelle finanziarie, con una rivalutazione fatta a valori di mercato in seguito al conferimento degli immobili al fondo chiuso Inpgi Giovanni Amendola. Plusvalenze a cui per il momento non corrisponde moneta sonante e che, in ogni caso, sui conti hanno solo un effetto una tantum.

Di qui l’urgenza di una riforma, che nella bozza presentata dal cda dell’Inpgi alle parti sociali prevede interventi su più campi: un aumento delle aliquote contributive, che dovrebbero portare in cassa nel primo anno post riforma 29 milioni di euro, una riduzione delle prestazioni erogate per circa 23 milioni e un contributo di solidarietà da applicare per fasce crescenti a tutte le pensioni per circa 6 milioni. Solo che, calcolatrice alla mano, con questi numeri non si arriva per nulla vicini a coprire un disavanzo tra contributi e prestazioni che oggi supera i 100 milioni di euro.

“L’effetto positivo della riforma sui conti aumenta negli anni successivi al primo – sostiene il membro del cda Edmondo Rho –. In dieci anni, tra maggiori entrate e minori uscite, si recupereranno oltre 800 milioni di euro. L’obiettivo è di riportare la gestione previdenziale in attivo. Puntando anche sulla ripresa del mercato del lavoro: non c’è previdenza senza lavoro”. Ma dalle tabelle riportate nella proposta di riforma recapitata alle parti sociali questo non si vede, perché sommando le voci dei risparmi e dei maggiori contributi dell’intero decennio si arriva ben lontani dagli oltre 800 milioni promessi. “La stima di oltre 800 milioni – dice Rho – deriva dalle proiezioni attuariali”. Tradotto significa che bisogna tenere conto anche delle variazioni che ci saranno in futuro nel numero dei posti di lavoro e delle pensioni da erogare, una stima che si fa sulla base di parametri economici e demografici. Ma di tali proiezioni, nel documento finora diffuso, non c’è traccia.

E questa è proprio una delle critiche mosse alla proposta: “Le tabelle presentate non prendono per niente in considerazione le dinamiche delle entrate e delle uscite dal mondo del lavoro che si avranno nei prossimi anni”, accusa Daniela Stigliano, membro della giunta esecutiva dell’Fnsi. Secondo Stigliano poi, tra le misure previste manca qualsiasi forma di spending review, “mentre i costi di struttura salgono”. Tra questi c’è anche il compenso da 316mila euro del presidente Camporese, di recente oggetto di polemica durante un incontro a Milano organizzato proprio sulle ipotesi di intervento dal sindacato lombardo Alg. “Questa riforma – continua Stigliano – è inutile e tardiva. Per di più pensata da chi non ha voluto comprendere le vecchie stime attuariali e non si è accorto in tempo della gravità della situazione. A essere colpiti sono i più deboli, per esempio con la riduzione dell’indennità di disoccupazione. E non sono risolti i problemi di squilibrio previdenziale dell’Inpgi, tanto che tra due o tre anni ci ritroveremo costretti a entrare nell’Inps con il cappello in mano”.

Ribatte Rho: “L’intervento non è tardivo: la crisi si è aggravata nell’ultimo anno, con altri 1.043 posti di lavoro in meno. La spending review è già in corso all’Inpgi, con una riduzione dei costi di circa il 5% nell’ultimo anno, e proseguirà. E non è vero che la riforma non incide sui conti. Se non incidesse, non ci sarebbero polemiche. Incide in modo equo, visto che agisce su più fronti”. Come quello delle pensioni di chi si è già ritirato dal lavoro, attraverso il prelievo di un contributo di solidarietà. Ipotesi su cui è contrario Franco Abruzzo, presidente dell’Unpit (Unione nazionale pensionati per l’Italia), che di soluzioni ne vede una sola: “La crisi strutturale dell’Istituto impone un realismo spietato: il passaggio all’Inps è per l’Inpgi una medicina amara ma inevitabile”