Dopo aver gioito per il risultato del referendum greco di domenica scorsa, che ha irriso gli ottusi burocrati di Bruxelles e Berlino nella loro pretesa arrogante di imporre come ricette salvifiche puerili catechismi bottegai (rinominati liberistici). Dopo aver ascoltato con crescente preoccupazione incoscienti letture di tale esito; che – a loro dire – giustificherebbe la liquidazione dell’Europa; non solamente di una politica disastrosa. Ossia la dissipazione dell’unico, vero, esperimento innovativo nella geopolitica mondiale di giro millennio (la creazione di uno spazio continentale non bellicoso per governare processi globali che fuoriescono dalla dimensione nazionale, rendendola obsoleta). Magari teorizzando l’improbabile beatitudine del ritorno alla liretta svalutata, con cui si dovrebbero comperare a prezzi inflazionati le materie prime indispensabili a un’economia di trasformazione. E magari riportare indietro le lancette agli anni Settanta, quando recuperavamo competitività con periodiche svalutazioni: l’opportunità di fare mercato con prodotti a basso contenuto tecnologico che ormai producono più e meglio di noi i Paesi di nuova industrializzazione.

Dopo questa ridda di entusiasmi, emozioni e chiacchiere irresponsabili, parrebbe giunto il momento di ritrovare raziocinio, un briciolo di analisi e qualche “scatto” innovativo; l’esercizio intellettuale di invenzione politica a cui si conferma refrattaria una classe dirigente continentale penosamente al di sotto delle sfide del tempo.

Se così si facesse, allora potremmo renderci conte che – come dicevano i nostri vecchi – nel pasticcio del buco greco “ce n’è per l’asino e per chi lo mena”. Indubbiamente Alexis Tsypras, in quanto ultimo venuto, è anche l’ultimo ad avere responsabilità dirette. Però risponde – quale rappresentante del proprio Paese – di governi che l’hanno preceduto governando malamente e disonestamente; cantierando con spregiudicati finanzieri internazionali marchingegni contabili truffaldini. Da qui i crateri di bilancio e gli indebitamenti; affrontati dai partner europei egemoni nella pura e semplice logica di fare gli interessi propri e del sistema bancario internazionale; a costo di tramortire un intero popolo. Da quel momento il centro focale della vicenda diventa la pochezza della leadership Ue, inabile a gestire un problema di cassa assolutamente insignificante nella dimensione del budget continentale. Tanto che la narrazione della catastrofe greca si è trasformata nella cronaca di un rissoso recupero crediti in un’amministrazione condominiale. Sceneggiata certamente a misura della chiacchiera da bar con cui ormai si discute di politica in questo tempo incanaglito; non certo a quella dell’impegno volto a preservare una costruzione epocale di tale importanza.

Difatti il dato emergente con maggiore evidenza è che nessuno sapeva “che pesci prendere”; così come tuttora, rimpallando da un summit impotente all’altro. Questo perché si continua a ragionare da contabili micragnosi; sia chi vuole indietro i quattrini, sia chi pretende uno sconto. Così come le presunte “riforme” – con cui pretenziosi mestieranti di troike e istituzioni internazionali varie si sono sciacquati la bocca – non sono state altro che marchingegni per trasferire risorse da poveracci sempre più disperati a sempre più insofferenti creditori.

C’era (e c’è) un altro modo di impostare la faccenda? Certo che sì. Basterebbe ricordare le carte sottoscritte tre lustri fa a Lisbona, come omonima “strategia”, che prefiguravano l’impegno di trasformare entro il 2010 l’Eurozona “nell’area più innovativa del mondo” e raggiungere la piena occupazione. Ma subito dopo quella dichiarazione così impegnativa, a Bruxelles sono arrivati i conversi liberisti; primo fra tutti il presidente della Commissione José Manuel Barroso. Con loro si è smarrita ogni idea di sviluppo spinto dall’investimento e guidato dalla politica industriale. Da qui la catastrofe. Visibile in Grecia, dove i soldi erogati non sono stati destinati ad avviare iniziative che avessero le gambe per camminare e riprodursi, bensì a colmare buchi per aprirne altri. Una logica da sensali, che si pretende di buon senso quando è solo lampante insipienza. Un sonno della ragione che parrebbe senza risveglio.