Il risultato che il popolo greco ha dato alla domanda se era disposto ad accettare le nuove condizioni poste dai creditori della cosiddetta “Troika” (Fmi, Bce, Ce) per rifinanziare il disastrato debito greco è assolutamente chiaro, ha detto ‘NO’!

Ma non si tratta, come può sembrare ad un semplice esame superficiale, di un furbesco rifiuto dei greci (o degli attuali governanti) ad onorare gli impegni sottoscritti dai precedenti governanti della Grecia, è proprio la cecità di chi crede di risolvere tutti i problemi guardando esclusivamente ai propri interessi (in questo caso i creditori) che ha portato a questa inevitabile conclusione.

Infatti, così come è stata la strampalata costruzione di una siffatta moneta comune (l’euro) a creare il problema di un debito cresciuto in modo esponenziale non solo per colpa dei greci, è matematicamente impossibile che la Grecia possa pagare questo debito sia pure accettando nuovi capitoli di austerità e con qualunque governo salga al potere.

A fare questi calcoli ci ha pensato qualcuno che sicuramente li sa fare, è Krugman, insieme a Simon Wren-Lewis nell’articolo “Austerity aritmetics” di domenica 5 luglio. In questo articolo Krugman calcola che per aumentare l’avanzo primario di un punto (condizione necessaria per ridurre il debito) occorre tagliare spese per una quota pari al 2% del Pil. Ma questo produce una decrescita del Pil del 3%. Ma per una economia, come quella greca di oggi, che ha già raggiunto un debito sul Pil del 170%, aumentare le restrizioni (cioè maggiore austerità) allo scopo di guadagnare un punto sull’avanzo primario, causerebbe inizialmente una ulteriore tensione di 5 punti sul debito (cosa che pero’ non sarebbe comunque possibile nell’area euro a causa dell’altra imbecillita’ imposta con il tetto sul debito).

Quindi, sempre secondo Krugman, alle attuali condizioni generatesi in Grecia negli ultimi cinque anni, sarebbe la stessa vecchia teoria della “curva di Phillips” a dire che non c’è alcuna possibilità per i greci di uscire dalla crisi semplicemente accettando politiche di maggiore austerità. Anzi, e’ vero il contrario, dice Krugman: “ … , the attempt to reduce debt by slashing spending actually raises the ratio of debt to Gdp, not just in the short run, but indefinitely.“ (Il tentativo di ridurre il debito riducendo drasticamente le spese, produce maggiore tensione nell’indice dell’indebitamento sul Pil, non solo nell’immediato, ma indefinitamente”.

Un po’ più severo, coi greci, è un altro economista di fama internazionale: Kennet Rogoff, che nel suo “Why the Greek Bailout Failed” (Perché i rifinanziamenti alla Grecia hanno fallito) redarguisce i governi greci, incluso quello attuale, di avere sempre rifiutato di fare le riforme necessarie a creare le condizioni per una ripresa economica. Mi piacerebbe su questo punto metterlo a confronto con Krugman che invece, come ha scritto nell’articolo di cui sopra, sostiene che in questa situazione e’ matematica l’impossibilita’ di uscire dalla trappola del debito accettando le riforme proposte dalla “Troika”).

Tuttavia anche Rogoff riconosce nel suo articolo che “… non bisogna fare l’errore di vedere questi interventi in bianco e nero. Spezzare il mercato del lavoro che esclude i giovani lavoratori (come stanno facendo nel sud Europa, Italia e Francia inclusi), non significa render facile licenziare chiunque. Rendere le pensioni sostenibili, non vuol dire renderle quasi irraggiungibili. Rendere il sistema di tassazione facile e capiente, non significa alzare tutte le tasse”.

E comunque Rogoff conclude che qualunque riforma non può essere imposta ad un popolo se il popolo non la vuole. La cosa migliore da fare per risolvere il problema di un debito diventato insostenibile è quella di cancellare il debito privato (come si fa nelle procedure di fallimento e/o amministrazione controllata) non quella di spostare il debito dall’area privata a quella pubblica (mettendola cioè a carico dello Stato).

Un altro esimio economista di livello internazionale: Jeffrey D. Sachs (tra l’altro anche consigliere del Segretario Generale delle Nazioni Unite) va’ oltre e dice senza esitazione che “…Greece’s debt should be cut sharply, and the country should remain within the eurozone.(Il debito greco dovrebbe essere tagliato drasticamente, e il paese dovrebbe restare nell’Eurozona.) Perché “La Grecia non vuole uscire dall’area euro, e non può essere forzata a farlo” come è previsto dal trattato che governa l’Unione Europea.

Qui Mr. Sachs apre una ipotesi finora poco considerata da entrambe le parti, quella che se un paese aderente all’euro non ce la fa a rispettare i parametri imposti dagli organismi centrali dell’Unione e, (come dimostrano i calcoli di Krugman & C.) non lo fa per semplice rifiuto dei sacrifici ma per palese impossibilità di praticare diete che portano all’anoressia finanziaria, la responsabilità del disastro non è più di chi subisce la cura, ma di chi la vuole imporre a tutti costi.

Diventa perciò evidente che la causa del disastro greco non è (solo) dei greci ma è soprattutto di chi ha prescritto “medicine” assolutamente sbagliate.

Insistere con quelle “medicine” decreterebbe a questo punto il fallimento dell’euro, non della Grecia, perché se la medicina è quella, i suoi effetti si trasferirebbero uno alla volta su tutti quelli a cui verrebbe imposta. E diventerebbe un disastro di dimensioni globali.

Ora c’è una sola via di uscita: cancellare in tutto o almeno in buona misura quel debito!