“Quello che i creditori stanno facendo con la Grecia ha un nome: terrorismo”. Il giorno prima del referendum sul programma di aiuti proposto dai creditori, a parlare è il ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis che in un’intervista al quotidiano spagnolo El Mundo ha attaccato la troika e le istituzioni europee. “Vogliono che vinca il ‘sì’ per umiliare i greci. Perché ci hanno forzato a chiudere le banche? Per spaventare la gente. E quando si diffonde il terrore, questo è terrorismo”. Mentre in contemporanea il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk cerca di abbassare i toni (“L’Ue dovrebbe evitare messaggi drammatici”), il ministro greco ha ribadito che il negoziato non è in discussione: “Qualunque sia l’esito del voto, lunedì ci sarà un accordo, ne sono certo. Se la Grecia non sarà salvata, andranno in fumo mille miliardi di euro”. Varoufakis ha scelto di parlare proprio a un quotidiano spagnolo e di rivolgere un appello: “I greci e gli spagnoli hanno molto in comune. E’ assolutamente importante in questo momento che tutti gli europei capiscano che abbiamo un interesse comune: trovare un modo di combinare procedure democratiche adeguate all’interno dell’eurozona“.

Alla vigilia del voto, nessun nuovo sondaggio è stato pubblicato, come prevede il regolamento elettorale. Ma le rivelazioni più recenti preannunciano un testa a testa che potrebbe giocarsi sul filo di decimi di punto. Domenica le urne chiuderanno alle 19 (le 18 in Italia) e l’esito del quesito sul sì o no alle politiche volte da Bruxelles dovrebbe essere reso noto in serata.

Dal momento dell’annuncio di Tsipras che a decidere sul piano proposto da Ue ed ex troika sarebbero stati gli elettori, le tensioni tra Atene e Bruxelles sono cresciute di giorno in giorno. I rappresentanti delle istituzioni e le principali potenze europee (la Germania in prima fila) hanno più volte ribadito che solo il “no” permetterebbe ai negoziati di ripartire. Oggi il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk però ha cercato di abbassare i toni: “L’Unione europea”, ha detto in un’intervista a Politico, “dovrebbe evitare messaggi drammatici in vista del referendum. La vittoria del no ovviamente ridurrebbe lo spazio ai negoziati”. Tuttavia non è un voto che chiuderà la porta all’euro o al confronto. “Il nostro obiettivo principale è quello di mantenere l’eurozona unita”.

A far discutere nelle scorse ore anche il report Fmi sulla necessità di “ristrutturare il debito” e che subito è diventato uno dei punti della campagna per il “no” di Tsipras: secondo la Reuters le stesse potenze europee avrebbero cercato di impedire la pubblicazione del documento prima del referendum in Grecia. Resta questo uno dei nodi centrali della discussione e, secondo quanto ha dichiarato un funzionario Ue al “Guardian“, non sarebbe mai stato fino a questo momento sul tavolo dei negoziati sull’estensione del programma di salvataggio greco. L’ipotesi, ha sottolineato la stessa fonte, “ha un valore altamente negativo per molti Stati membri”. Un’opzione molto più realistica, prosegue il giornale, sarebbe stata applicare “scadenze molto lunghe con interessi zero sul debito esistente”.

La vittoria del no porterebbe alla “catastrofe immediata” per la Grecia, sostiene l’ex presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet in un’intervista a Le Monde. Trichet smonta la linea di Tsipras, secondo il quale il trionfo del ‘no’ alle urne domani darebbe all’esecutivo un mandato per negoziare un accordo più vicino alle sue posizioni. Trichet si è detto un ardente difensore del ‘sì’ come francese e come europeo e ha insistito sul fatto che la vittoria del ‘sì’ consentirebbe di accelerare il percorso per un compromesso “indispensabile” fra le parti per ristabilire fiducia sul piano nazionale, europeo e internazionale. Per Trichet il rischio di un’uscita della Grecia dall’euro è “relativamente debole a breve termine” perché davanti alla crisi dei debiti sovrani del 2010-2011 ci sono stati “grandi progressi” nella resistenza economica e finanziaria. “Il vero rischio dell’uscita della Grecia è soprattutto geopolitico” perché “sarebbe gravemente colpita la credibilità stessa dell’Europa sul piano geostrategico”.

Il sabato prima del referendum però la Grecia si è svegliata con la preoccupazione della liquidità finanziaria. Nella notte Varoufakis ha smentito su Twitter la notizia diffusa dal Financial Times secondo cui si preparerebbe un prelievo forzoso del 30 per cento sui depositi di oltre 8mila euro: “E’ un rumor maligno”, ha detto. Il governo nelle scorse ore ha fatto sapere che le banche hanno liquidità fino a lunedì sera e che la disponibilità è di un miliardo di euro. Louka Katseli, presidente dell’Unione delle Banche greche, ha ammesso che dopo il 6 luglio “ci sarà un problema serio di finanziamento” delle banche se non verrà attivato l’Ela (Emergency Liquidity Assistance) della banca centrale. “Le decisioni della Bce (che dovrebbe prenderle lunedì mattina) determineranno il quadro del finanziamento delle banche per i giorni successivi”, ha aggiunto. Parlando della notizia riferita dal FT, Katseli l’ha categoricamente smentita: “E’ del tutto inesistente e maligna”, ha tagliato corto, ricordando che i depositi sono garantiti fino a 100.000 euro (anche se il giornale diceva che la Grecia ha solo 3 miliardi nel fondo assicurativo che dovrebbe coprirli). “Non esiste neanche come ipotesi, per nessuna banca”, ha concluso.

Tutta l’Europa tiene gli occhi puntanti su quello che succederà dopo il risultato del referendum. C’è preoccupazione in Italia, alla quale la Grecia deve oltre 35 miliardi di euro, anche se il presidente del Consiglio Matteo Renzi continua a ribadire che “gli italiani non devono stare in pensiero: la situazione è stabile”. Ieri sera ad Atene ci sono state le due manifestazioni finali degli schieramenti opposti: da una parte chi ha sfilato per il “sì” e dall’altra chi ha manifestato per il “no” con il comizio finale del premier Alexis Tsipras: “Vinceremo con orgoglio e dignità”, ha detto. Non solo in Grecia e non solo nei Paesi dell’eurozona la gente è scesa in piazza a sostegno delle ragioni del governo contro l’austerità e i piani finora proposti ad Atene dai creditori internazionali. Dopo le manifestazioni di Roma, Parigi e Bruxelles, per oggi sono previste marce di solidarietà anche in Gran Bretagna, all’insegna dello slogan “siamo tutti greci”. In particolare, sono state organizzate manifestazioni a Londra, Liverpool e Edimburgo.