Unioni civili, addio? Almeno per ora, il rischio è concretissimo: alla commissione Giustizia del Senato la legge è finita nelle secche del “non possumus” di Carlo Giovanardi, cattolico irriducibile, ex Dc, Ccd, Udc, Pl, Pdl e Ncd, oggi esponente di Area popolare ma pronto a votare contro la maggioranza sostenuta dal suo stesso partito. Già la settimana scorsa il senatore Giovanardi aveva disertato l’aula pur di non votare la fiducia sulla Buona Scuola, colpevole di introdurre, a suo parere, la pericolosissima “educazione di genere” nelle aule scolastiche.
E ora siamo al replay in commissione Giustizia, dove la legge sulle unioni civili è subissata da quasi 1.500 emendamenti, di cui parecchie centinaia presentati proprio dalla “sentinella in piedi” Carlo Amedeo Giovanardi da Modena, classe 1950. Uno convinto, giusto per dare un’idea, che nei Paesi in cui sono sono state legalizzate le adozioni da parte della coppie gay sia «esplosa la compravendita di bambini e bambine».

Con buona pace del presidente del Consiglio Matteo Renzi, che aveva addirittura promesso di fare arrivare le unioni civili al voto di Palazzo Madama subito dopo Pasqua: oggi non è più garantita neanche la calendarizzazione entro luglio. «Il 7 agosto Renzi vuole cominciare l’esame della riforma costituzionale, quindi i tempi sono strettissimi», ammette il senatore  Sergio Lo Giudice, Pd, gay bolognese sposato a Oslo con il suo compagno e padre di un bimbo avuto grazie una madre surrogata. «Ce la si potrebbe ancora fare, ma è veramente una corsa contro il tempo».

Lo Giudice vuole essere ottimista, ma la situazione è complicata. Per aggirare l’ostacolo Giovanardi, in effetti, il governo meditava di fare un colpo di mano e portare in aula il testo anche senza il voto della commissione e senza il relatore: una volta in aula, grazie al famoso metodo del canguro (meccanismo con il quale si tagliano in blocco proposte di cambiamento sgradite) sarebbe stato più facile gestire l’esame dei numerosi emendamenti. Il gioco però andava fatto entro luglio, prima cioè che il calendario dei lavori venisse ingolfato dalla legge costituzionale, da quella di stabilità e da altre leggi prioritarie che avrebbero inevitabilmente fatto slittare ancora e ancora le unioni civili, forse addirittura fino alla primavera del 2016.

Il rischio è così concreto che Ivan Scalfarotto, gay dichiarato e sottosegretario Pd ai rapporti con il Parlamento, il 29 giugno ha iniziato uno sciopero della fame di protesta. Solo due cappuccini al giorno, alla maniera radicale: «Non ce la facevo più a far finta di niente, ad andare avanti con il mio lavoro come al solito, mediando, giocando di rimessa, con fair play».

Ma non è solo colpa di Giovanardi se sulle unioni civili il fair play a Palazzo Madama non è nemmeno iniziato. Ora, con la legge costituzionale in arrivo e con un Renzi indebolito dalla batosta delle regionali, il governo ha ben altre gatte da pelare. E le unioni civili rischiano perciò di diventare una buona merce di scambio nella prossima, inevitabile contrattazione politica: Area popolare, in cerca di spazio e di visibilità, al solito minaccerà di negare il suo appoggio al governo; a Lega e Forza Italia di difendere i diritti dei gay e dei conviventi ufficialmente non interessa nulla, il gruppo Gal andrà in ordine sparso (l’ex leghista Michelino Davico, per esempio, è tra i firmatari della proposta di legge del Pd Sergio Lo Giudice, la più avanzata). Sel e Cinque Stelle sono a favore delle unioni civili, ma qualche voto, si mormora, potrebbe mancare in casa Pd, che vanta una manciata di cattolici molto renitenti sul tema. Perciò il tam-tam di palazzo Madama non è dei più ottimisti: se tutto viene davvero rimandato a settembre, sempre ammesso che si trovi un buco nel calendario dei lavori, non è detto che le unioni civili vengano approvate in maniera altrettanto facile e civile.