Eravamo giovani in quel giugno del 1980 quando sul cielo di Ustica si consumò la tragedia del Dc-9 Itavia che costò la vita a più di ottanta persone. Giovani ma speranzosi di arrivare un giorno a scoprire la verità sulla strage.

Vero che il muro di gomma che sin dall’inizio si alzò per ostacolare ricerche e indagini rese immediatamente evidente la durezza del compito. Ma le energie che nella politica, nella magistratura e, perché no, anche nel giornalismo l’Italia in quel periodo sembrava portare in grembo rendevano comunque credibile quell’ambizione e tenevano testardamente accesa la fiammella della speranza.

Inutile dirlo, la chiave di volta era la politica. La nuova politica che si pensava potesse spazzare via gli intrighi degli apparati e le sottomissioni democristiane (solo democristiane?) ai poteri americani che allora parevano alla base di tutti i maneggi e strategie delle tensioni che annichilivano su molti fronti  il nostro Paese.

La speranza era in una nuova classe dirigente che si immaginava capace di rimuovere tutti i silenzi e i segreti che non solo su Ustica si manifestavano imperiosi, ma anche sulle stragi precedenti, da quella di Milano alla banca dell’Agricoltura all’altra di Peteano, dagli attentati ai treni agli assassinii eccellenti di uomini politici, magistrati, giornalisti. Vicende che parevano tenere l’Italia sotto uno strapotente tallone di ferro e dal quale ci si voleva assolutamente emancipare.

Le cose sono andate in maniera diversa. E se le stragi sono rimaste impunite e le pagine più brutte della storia dell’Italia recente ancora coperte da vergognosi silenzi, inutile dirlo, la colpa è proprio della politica, sì, di quella “nuova classe dirigente” sulla quale i giovani (ma anche i meno giovani) di allora avevano riposto grandi aspettative.

Quella nuova classe dirigente che allora aspettavamo. Negli anni l’Italia l’ha poi partorita. E si è rivelata nelle sembianze di gente come Craxi, De Mita, Berlusconi, D’Alema, Prodi, Monti, Letta, Renzi. Ciascuno ha promesso, con gli slogan più diversi, di modernizzare, innovare, cambiare l’Italia. I risultati li stiamo vedendo. Dell’economia e della qualità della società civile meglio non parlare, i problemi che avevamo e che facevamo ricadere sulle spalle della vecchia Democrazia cristiana, dallo strapotere della mafia all’arretratezza del Mezzogiorno, dalla questione morale alle prepotenze delle caste e delle consorterie (salotti buoni e meno buoni) più svariate, sono ancora lì, intonsi quasi, se non addirittura ingigantiti.

Idem per quanto riguarda le verità nascoste. Su Ustica ma non solo, questa “nuova classe dirigente” si è rivelata addirittura più cinica della precedente che non vedevamo l’ora di portare al macero delle urne (e della storia). C’erano tanti “cassetti” da aprire per colpire responsabili e mandati di tante morti inutili. Non se ne è fatto niente, sono rimasti chiusi. Tra gli “innovatori” difficile individuarne uno che  si sia rifiutato di apporre segreti di Stato sulle storie più ignobili che macchiano la dignità della nostra democrazia.

Ustica è una di queste ignobili storie. Una storia che ha emblematicamente seppellito le speranze di verità e cambiamento di una generazione intera di italiani. Ai giovani che stanno avanzando non sembra comunque toccare sorte migliore. Anche uno come Renzi che aveva promesso di rottamare tutto il possibile in fondo su questi temi si sta già rivelando come tutti gli altri. Vecchio, vecchio, tanto vecchio da riuscire a riproporre il segreto di Stato persino per coprire le responsabilità degli autori dei dossieraggi Sismi nell’edizione Pompa-Pollari.

Povera Italia e poveri italiani: riposino in pace i morti di Ustica. Perché i vivi dovranno farne di sforzi per mettere in pace le loro coscienze.