Il via libera di Bruxelles per la bad bank, il veicolo a partecipazione pubblica per favorire lo smaltimento dei crediti deteriorati in pancia alle banche, non è arrivato. Così il governo Renzi ha scelto un’altra strada per andare in soccorso degli istituti con i bilanci zeppi di prestiti che i beneficiari non riescono a restituire. E al tempo stesso rispondere ai rilievi della Commissione Ue, che qualche mese fa aveva chiesto chiarimenti sul meccanismo dei crediti di imposta (Deferred tax assets) concessi agli istituti stessi a fronte delle perdite registrate quando un debitore non ripaga il dovuto. Il decreto legge di riforma del diritto fallimentare approvato martedì dal Consiglio dei ministri, infatti, da un lato introduce novità che dovrebbero ridurre i tempi di riscossione dei crediti, dall’altro stabilisce che le banche possano dedurre quelle perdite dalle tasse (Ires e Irap) in un solo anno, come avviene nel resto d’Europa.

“Fino a oggi le banche che avevano questi crediti potevano beneficiarne in 5 anni”, ha detto il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, dopo la riunione dell’esecutivo. “Questo costituiva un congelamento dei capitali delle banche. D’ora in poi questi crediti possono essere goduti nell’anno in cui emergono. Questo accelera decisamente l’aggiustamento dei bilanci delle banche e favorisce la ripresa del credito“. Negli ultimi giorni il testo del decreto è stato però limato per evitare che la novità causasse un buco nei conti dello Stato causa crollo delle entrate fiscali. Un rischio evidente nel momento in cui si permette agli istituti, già gravati da 190 miliardi di sofferenze, di dedurre o detrarre quelle che si manifesteranno in futuro nello stesso esercizio in cui le mettono a bilancio. Lo sa bene Padoan, che non per niente durante la conferenza stampa ha tenuto a sottolineare che “questa misura è a costo zero per il bilancio pubblico, anzi potrebbe portare un piccolo beneficio”. Infatti i tecnici hanno rimodulato il meccanismo, che sarà in vigore dall’anno prossimo: per avere diritto a portare in deduzione le nuove perdite in un solo anno la banca dovrà rinunciare a una parte dei crediti.

In questo modo si elimina l’anomalia italiana finita nel mirino dell’esecutivo Ue, che sospettava un aiuto di Stato visto che i crediti di imposta accumulati dalle banche con il sistema precedente contano ai fini della valutazione della solidità patrimoniale su cui vigila la Banca centrale europea. Resta da vedere, invece, se il nuovo corso basterà per convincere gli istituti a riaprire i rubinetti del credito, che restano ben chiusi nonostante la liquidità quasi gratuita in arrivo da Francoforte e l’avvio del quantitative easing. Anche perché la deducibilità riguarda gli incagli futuri e non la massa già accumulata, che, stando ai dati riferiti martedì dal componente italiano del consiglio di vigilanza della Bce Ignazio Angeloni, vale il 17% delle esposizioni totali delle banche italiane. Più del doppio della media Ue.

Il secondo intervento messo in campo da Renzi e Padoan riguarda la velocizzazione delle procedure di insolvenza, con l’obiettivo di accorciare i tempi di riscossione dei crediti problematici: oggi, secondo Angeloni, per incassare la garanzia sui prestiti le banche attendono fino a sette anni e mezzo e la media è di cinque anni. Il principio ispiratore, stando al comunicato seguito al Consiglio dei ministri, è che “un’azienda con problemi rischia di trascinare con sé altre imprese (fornitori di beni e servizi e intermediari finanziari) continuando a contrarre obbligazioni che non potrà soddisfare”, per cui occorre “affrontare tempestivamente i casi di crisi aziendale” per “limitare le perdite del tessuto economico”. Tra le novità introdotte dal decreto ci sono la possibilità di accedere a “finanziamenti interinali” – previa autorizzazione del Tribunale – anche nel caso di concordato in bianco, la facoltà anche per i creditori di presentare concordato preventivo se la loro proposta è migliorativa rispetto a quella del debitore, il via libera all’accordo per la ristrutturazione dei debiti con l’ok del 75% dei creditori finanziari e la velocizzazione delle operazioni di vendita dei beni dell’azienda in crisi.