Roma rischia un’indagine formale della Commissione europea per aiuti di Stato illegali alle banche. L’esecutivo di Bruxelles ha infatti inviato a Italia, Spagna, Portogallo e Grecia una “lettera amministrativa” per chiedere informazioni sul trattamento che i quattro Paesi riservano, nei rispettivi sistemi bancari, alle cosiddette Deferred tax assets (Dta), le “attività per imposte anticipate”, ai fini del calcolo della solidità patrimoniale. A confermarlo è stato un portavoce della Commissione, dopo che i contenuti della lettera erano stati anticipati dal Financial Times, secondo cui potrebbe essere il primo passo in vista di un’investigazione formale per verificare se Roma, Madrid, Lisbona e Atene stiano accettando illecitamente come capitale “di alta qualità” poste di bilancio che non sono considerate tali dalla Banca centrale europea.

Al centro dei dubbi dei commissari europei ci sono appunto le attività per imposte anticipate, cioè tasse considerate recuperabili negli esercizi futuri perché in quello in corso se ne sono pagate di più rispetto a quelle di competenza. Secondo il Financial Times, un’indagine di Bruxelles su questa voce dei bilanci metterebbe a rischio i sistemi bancari dei quattro Stati del sud Europa, i cui istituti hanno in pancia Deferred tax assets per oltre 40 miliardi di euro. “Un eventuale ritiro dell’appoggio pubblico per i deferred tax asset potrebbe indebolire i cuscinetti di capitale di diverse banche, alimentando lo spettro di un altro shock bancario in Europa”, scrive il quotidiano finanziario. Ricordano che già a febbraio la numero uno della Vigilanza unica europea sulle banche, Danièle Nouy, aveva anticipato una stretta spiegando che “ci sono troppe opzioni nazionali in merito alla definizione di capitale in Europa e dobbiamo affrontare la questione”.

Particolarmente a rischio, in caso di contestazioni da parte della Ue, sarebbero gli istituti di credito ellenici, già provati dal crollo dei depositi seguito alla vittoria elettorale di Syriza: secondo le autorità monetarie locali i Dta rappresentano per le maggiori banche del Paese tra il 30 e il 40% della componente primaria del patrimonio, quella che ne garantisce la solidità.