Nuova riforma del lavoro, vecchi problemi: mancano le coperture per i contratti di solidarietà. Il governo si appresta ad approvare, in via preliminare, i prossimi decreti attuativi del Jobs act, con il Consiglio dei ministri previsto per l’11 giugno. Tra i vari provvedimenti, rientra anche quello relativo al riordino degli ammortizzatori sociali. Il Jobs act, secondo le bozze circolate, istituirà una nuova cassa dalla quale attingere risorse, il fondo di integrazione salariale, che però sarà attivo da luglio 2016: il problema sta nel “buco” che si crea fino a quella data. Nella prima versione del documento, riportano i sindacati, non compaiono infatti nuovi finanziamenti per i contratti di solidarietà di tipo B, cioè quelli che riguardano le imprese con meno di 15 dipendenti o che non rientrano nel campo di applicazione della cassa integrazione straordinaria. Con il rischio, spiegano le organizzazioni dei lavoratori, che le aziende procedano ai licenziamenti.

Il problema non è da poco, per diversi motivi. Innanzitutto, per i numeri in campo. “Nel 2014, sono state avanzate richieste per 150 milioni di euro“, spiega Guglielmo Loy, segretario confederale Uil. Allargando il discorso a entrambe le tipologie di ammortizzatore, secondo i dati della Cgil, nel 2013 ne hanno fatto richiesta 1.977 aziende in Italia, una cifra aumentata del 25% nel giro di due anni. Solo negli ultimi mesi, hanno scelto questa strada grandi aziende come Rizzoli Corriere della Sera (circa 4.000 dipendenti), Mediaworld (7mila lavoratori) e Nuovo trasporto viaggiatori (quasi mille). A queste imprese, si aggiungono i casi storici dei 32mila dipendenti Telecom e degli 8mila del call center Almaviva Contact.

L’altro problema è che la mancanza di fondi non è una novità del Jobs act. L’erogazione dei contributi relativi ai contratti di solidarietà di tipo B, infatti, è bloccata da mesi. Il 25 settembre 2014, un avviso del ministero del Lavoro spiegava che le richieste sarebbero state ammesse con riserva, “che verrà sciolta solo in caso di stanziamento dei relativi fondi”. La situazione si è sbloccata, ma solo in parte, con un decreto dello scorso 21 maggio, che ha messo sul piatto 70 milioni di euro. Il ministero informava che “evase le istanze del 2014, potranno essere prese in esame, entro la capienza dei fondi che risulteranno disponibili, le domande del 2015”. Ma secondo la Uil, queste risorse non basteranno. “Stimiamo che nel 2015 ci saranno richieste per 150 milioni di euro, in linea con l’anno scorso – argomenta Loy – Quindi i 70 milioni serviranno a coprire le domande del 2014. Se si continua a ritardare l’erogazione dell’ammortizzatore, molte aziende ci rinunceranno e procederanno con i licenziamenti”.

Allo stesso modo, sempre secondo la Uil, nel decreto del Jobs act latitano anche le risorse necessarie per la cassa integrazione in deroga del 2015. “Secondo i nostri calcoli, mancano all’appello 300-400 milioni di euro – spiega Loy – Infatti, la spesa reale nel 2014 è stata di 2,4-2,6 miliardi. Il governo, per il 2015, ha stanziato 1 miliardo. E’ vero che quest’anno la cassa in deroga avrà una durata ridotta a soli cinque mesi, ma secondo noi servono comunque 1,3-1,4 miliardi”.

Infine, un altro punto contestato, nel decreto sulla via dell’approvazione, sono i contributi che le imprese dovranno versare per la cassa integrazione. Da un lato, infatti, il governo intende ridurre i cosiddetti contributi ordinari, cioè la quota pagata da tutte le aziende del settore industriale: l’aliquota sarà tagliata del 10%. Dall’altro, però, si prevede di aumentare i contributi addizionali, cioè i versamenti richiesti alle imprese che fanno uso della cassa integrazione: l’incremento andrebbe dal 9 al 15%. “Chi sta male, pagherà di più”, è la sintesi di Loy. E Corrado Ezio Barachetti, responsabile del dipartimento mercato del lavoro della Cgil, aggiunge: “Aumentando i costi, si rischia che le aziende rinuncino a usare la cassa integrazione per fare investimenti. E che, anziché usare l’ammortizzatore sociale, procedano ai licenziamenti”.