L’occasione sarà molto importante e dal grande valore simbolico. Il primo ministro del Regno Unito, David Cameron, riconfermato dal voto dello scorso 7 maggio, utilizzerà una parte del ‘discorso della regina’ del prossimo 27 maggio per promettere di fronte al Paese e di fronte alla sovrana un referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea “il prima possibile”.

Il Queen’s Speech, come da tradizione, si tiene da tempo alla fine di maggio ed è l’apertura ufficiale di Stato del parlamento, durante la quale la monarca legge un testo redatto dal governo in carica. Ecco così che, in un abile gioco di pesi e contrappesi da rispettare, Cameron farà una grande promessa di rinnovamento al Paese. Leggenda vuole che nemmeno il premier Tory sia poi così antieuropeista. Ma il Regno Unito vuole di sicuro rinegoziare le sue condizioni di appartenenza al recinto comunitario e non c’è nulla di meglio, al di qua della Manica, che indire un referendum per dare voce al popolo britannico ma anche per mettere pressioni su chi comanda a Bruxelles.

Se veramente non si sa quali siano le intenzioni del primo ministro, è risaputo, comunque, quale sia la posizione degli industriali britannici. “La nostra appartenenza all’Unione europea è di interesse nazionale”, ha detto nella giornata di mercoledì 20 maggio Mike Rake, presidente della potente Confederation of British Industry, la ‘Confindustria britannica’. Chi muove il denaro nel Regno Unito è infatti convinto che la ‘Brexit’, l’uscita del Paese dall’Ue, possa creare molti danni all’economia britannica, in primis a quella della City di Londra, tempio della finanza, dove molte delle grandi società hanno fatto molta della loro fortuna proprio grazie alle regole del mercato unico europeo. “Non esistono alternative credibili alla membership all’Ue”, ha continuato Rake, che forse teme un’inversione di tendenza rispetto alla situazione attuale: una crisi economica che è durata pochissimo, un Pil in netta ripresa e una disoccupazione sotto il 6%. Certo, permangono le tensioni sociali, rimangono le disuguaglianze – e proprio pochi giorni fa l’ufficio nazionale di statistica ha reso noto che un terzo dei britannici negli ultimi cinque anni ha vissuto un qualche periodo di povertà – ma il Regno Unito pare galoppare. Anche grazie all’Ue, sostengono gli industriali.

Durante il discorso della regina, tuttavia, oltre alla necessità di un referendum vero e proprio, Cameron inserirà nelle linee programmatiche dei prossimi sei mesi anche la riforma della giustizia, che è strettamente legata alle sorti dell’Ue. Come noto, Cameron e il suo nuovo ministro della Giustizia, Michael Gove, vogliono abolire lo Human Rights Act britannico, che attualmente lega le leggi britanniche a quelle della corte europea dei diritti dell’uomo, per sostituirlo con una legge tutta interna che dia maggiori poteri di contrasto all’immigrazione illegale oppure al terrorismo. Il tutto verrà appunto detto di fronte alla sovrana, un impegno quindi ora ufficialissimo, finora infatti Cameron non si era ancora speso in modo così chiaro e determinato con l’istituzione monarchica per un referendum da tenersi “entro il 2017”. Certo, esisteva il manifesto elettorale in vista del voto dello scorso 7 maggio, e Cameron ne aveva già parlato più volte, ma la ‘sacralità’ della regina sarà una sorta si sigillo reale sulla promessa del premier. E c’è già chi sostiene che in realtà il referendum potrebbe tenersi già nel 2016. I conservatori hanno fretta.