Abolire la principale legge britannica sui diritti umani, che per il partito conservatore nuovamente al governo è troppo legata ai vincoli dell’Unione europea, per sostituirla con nuove norme che diano a Londra più libertà di attuare misure restrittive nei confronti dell’immigrazione e di chi delinque. Questo è l’obiettivo del rinnovato esecutivo guidato da David Cameron, questa volta Tory al 100%, senza alcuna fastidiosa coalizione con il partito moderato dei liberaldemocratici. Un piano che è stato subito affidato al nuovo ministro della Giustizia, Michael Gove (nella foto), che nel precedente mandato di Cameron per alcuni anni fu ministro dell’Istruzione, poi “dimissionato” per avere mandato in tilt il mondo della scuola, fra proteste, scioperi nazionali e malcontento diffuso. Ora Cameron ci riprova e dà a Gove – che non ha fatto studi di giurisprudenza nel suo passato – il ministero della Giustizia. Proprio a quel Gove che, ricordava il Daily Telegraph pochi giorni fa, a metà anni Novanta da editorialista del Times invocava il ripristino della pena di morte per impiccagione.

Ora, appunto, l’Europa torna al centro delle discussioni. Con la promessa di Cameron di un referendum “fuori o dentro l’Ue” che potrebbe tenersi nel 2016 o nel 2017, un fronte sul quale si accentua lo scontro con Bruxelles è proprio quello della giustizia. Il cancelliere dello Scacchiere (ministro dell’Economia quindi) George Osborne a margine dell’Ecofin ha dichiarato: “Nessuno sottovaluti la nostra determinazione ad avere successo”, riferendosi al negoziato con l’Ue che ha visto un’accelerata già dalla mattina di venerdì 8 maggio, quando si era capito che il partito conservatore sarebbe rimasto al governo, e questa volta nel pieno delle sue forze, per altri 5 anni. “Diamo il via al negoziato puntando a essere costruttivi e impegnati ma anche risoluti e convinti”, ha aggiunto Osborne a Bruxelles. E ora, appunto, si inizia ad alzare la voce con l’Ue affrontando proprio il tema dello Human Rights Act del 1998.

La legge, voluta dal partito laburista quasi venti anni fa con il supporto di tutto lo spettro politico britannico, protegge 15 diritti fondamentali, dal diritto alla vita a quello alla libera opinione ed espressione, fino al diritto alla privacy e a un giusto processo. Tutte cose garantite dalla Convenzione Europea dei Diritti Umani ed è per questo che lo Human Rights Act, nel 1998, legò definitivamente le sorti del Regno Unito a quelle dell’Ue. Da allora in poi la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, con sede a Strasburgo, avrebbe avuto l’ultima voce, se interpellata, in tanti processi e procedimenti. Ora appunto il governo Tory punta ad abolire questo legame formale, rendendo la Corte suprema britannica un tribunale “effettivamente supremo”, come molti conservatori stanno auspicando in queste ultime ore. Così, sostituendo lo Human Rights Act con un “British Bill of Rights”, nessun extracomunitario condannato per terrorismo, per esempio, potrebbe fare appello a Strasburgo per non essere espulso dal Regno Unito. Ancora, il governo potrebbe continuare a rendere più duro l’approccio all’immigrazione, come già avviene da diversi anni al di qua della Manica. Così come nessun tribunale europeo potrebbe dire la sua su una qualsiasi sentenza sui diritti umani emessa in Gran Bretagna. Un qualcosa che allontanerebbe ancora di più Londra da Bruxelles.

Su Facebook e sugli altri social media, intanto, è già partita la mobilitazione dei britannici. Il Labour si scaglia contro il progetto dei Tory, si moltiplicano le petizioni per spingere Cameron a ripensarci così come si fa notare che, con Nigel Farage tornato alla guida dell’Ukip dopo che le sue dimissioni sono state respinte dall’assemblea del partito euroscettico, si allontana la possibilità di un governo leggermente meno eurofobico e almeno un po’ prono alle volontà di Bruxelles. Lo United Kingdom Independence Party ha preso tanti, tantissimi voti alle ultime elezioni. E, pur non avendo avuto successo in termini di seggi assegnati al parlamento a causa del sistema uninominale, farà sentire la sua voce sempre più.

Ma dall’Irlanda del Nord arriva anche un altro timore che aleggia sulla possibilità della fine definitiva dello Human Rights Act, che è strettamente legato a quell’accordo “del venerdì santo” che, sempre nel 1998, portò una pace relativa nell’Ulster. Il Good Friday Agreement verrebbe rovinato per sempre, visto che ai repubblicani nordirlandesi che ritengano di essere perseguitati dalle forze dell’ordine e dalla giustizia centralizzata di Londra è ora per esempio concesso l’appello a Strasburgo per sentenze ritenute ingiuste, una possibilità che potrebbe venire meno con una legge sui diritti umani tutta britannica. E si tratterebbe anche di un venire meno a un accordo internazionale, fanno notare in molti, in quanto quel 10 aprile del 1998 scesero a patti due Paesi diversi, il Regno Unito di sua maestà la regina Elisabetta II e la Repubblica d’Irlanda, ex colonia dalla libertà ormai consolidata. Sia in Irlanda del Nord (parte appunto del Regno Unito) che a Dublino e dintorni si tennero poi dei referendum popolari per la conferma di quel patto, che infatti fu approvato con grande favore. E ora Londra potrebbe mettere in discussione il principio fondante di una pace che, fra alti e bassi, dura da anni. Il tutto per prendere ancora di più le distanze dall’Europa.