L’ingresso in aula tra applausi e slogan dei compagni di cella e la tuta blu, la divisa del carcere riservata in Egitto agli imputati che hanno già subito una condanna. Anche nel giorno in cui la Corte Criminale del Cairo ha emesso la condanna a morte per lui e altri 15 membri dei Fratelli Musulmani, Mohammed Morsi ha tenuto il suo sorriso sarcastico stampato sul viso, un modo per non riconoscere la legittimità della magistratura e dell’attuale governo di Abdel Fattah El Sisi.

L’ex presidente dei Fratelli Musulmani è stato ritenuto colpevole di aver organizzato un’evasione di massa dal carcere di Wadi El-Natroun al Cairo durante la rivoluzione del 2011 contro il regime di Hosni Mubarak. Insieme a Morsi evasero altri 30 detenuti, mentre oltre 20mila fuggirono da altri carceri dell’Egitto, tra cui membri del movimento libanese di Hezbollah e militanti palestinesi di Hamas. Morsi ha invece scampato la pena capitale nel processo per spionaggio a favore di Hamas in cui altre 15 persone sono state condannate a morte.

Sono lontani i giorni in cui il deposto capo di stato entrava nella cella rifiutando di vestire la divisa dei carcerati. “Sono ancora il presidente“, aveva urlato nella prima udienza nell’autunno del 2013 dopo essere stato tenuto in una località segreta per alcuni mesi a seguito della sua deposizione da parte dell’esercito. Dopo quasi due anni dalla fine della sua presidenza, la prima nella storia egiziana eletta con una votazione democratica, quel sorriso sarcastico significa però anche rassegnazione. La pena di morte decisa oggi dalla Corte Criminale non è definitiva, secondo la giurisprudenza egiziana l’autorità del Grand muftì il 2 giugno convaliderà la sentenza che resta anche appellabile dagli avvocati della difesa.

La condanna di oggi segna anche l’ennesimo duro colpo della violenta repressione contro il movimento dei Fratelli Musulmani definita da molte organizzazioni per i diritti umani la “più dura della storia del paese”. Ne resta il più grande simbolo lo sgombero del sit-in contro la deposizione di Morsi nella piazza di Rabaa el Adaweya al Cairo, dove nell’agosto del 2013 almeno 660 persone persero la vita (alcune organizzazioni per i diritti umani come Human Rights Watch parlano di 1.150 morti).

Inoltre, il movimento è stato dichiarato organizzazione terroristica dalle autorità egiziane e migliaia di suoi sostenitori sono stati arrestati e condannati a pene durissime, tra cui la guida suprema Mohammed Badie condannato a morte in secondo grado lo scorso mese. A finire sotto il mirino delle forze di sicurezza sono stati anche i giornalisti dell’emittente Al Jazeera da sempre vicina alla Fratellanza. Il canale egiziano è stato chiuso mentre 3 reporter dell’emittente inglese, tra cui il cittadino australiano Peter Greste, sono stati incarcerati per più di 400 giorni e restano sotto processo per concorso in associazione terroristica.

Il governo del Cairo ha più volte ritenuto il movimento islamista colpevole anche dei numerosi attacchi contro le forze di sicurezza che dal 2013 avvengono quasi quotidianamente nella penisola del Sinai e che hanno colpito sporadicamente anche la capitale egiziana. Lo scorso aprile Morsi era stato condannato a 20 anni nel processo relativo alla morte di alcuni manifestanti durante le proteste contro la bozza della costituzione approvata dal suo governo nel 2012. Una pena che aveva fatto pensare a un atteggiamento più cauto della magistratura egiziana per tutelare la reputazione internazionale del presidente Sisi impegnato in prima linea nelle crisi della regione mediorientale.