Se proviamo ad analizzare senza gli occhiali dell’ideologia lo scenario aperto dalla nuova legge elettorale, il quadro appare piuttosto chiaro.

Parto dalla premessa di quanto sia ancora una volta deprimente registrare l’ingenuità politica e la miopia strategica degli esponenti del Movimento Cinque Stelle, che piagnucolano al Presidente Mattarella di non firmare la nuova legge elettorale: evidentemente, ancora sfugge loro come le forze in campo siano da tempo esondate ben al di là degli argini della politichetta nostrana, interpretata da anziani democristiani, da funamboli fiorentini e dalle loro imbarazzanti vestali, sia politiche che mediatiche.

Chi ha preteso e dettato questa legge elettorale, così come il prossimo treno di riforme che pian piano smantellerà quel che resta dello stato sociale in Italia, non è un manipolo di politicanti che per semplicità ama farsi chiamare Pd, ma un sistema di potere assai più carsico e capillare, che prende le mosse da organismi internazionali non eletti da nessuno (come la Bce e il Fmi), dei quali Renzi e i suoi amici Euro-servi non sono che un travestimento volgarmente presentabile. Se qualcuno lo avesse dimenticato, infatti, ricordo che per la modica cifra di 125 miliardi di euro (altro che reddito di cittadinanza…) l’Italia aderisce al Meccanismo Europeo di Stabilità, un organismo intergovernativo europeo nato come fondo finanziario che ha oggi, tra le altre cose, il potere di imporre scelte di politica macroeconomica ai paesi firmatari. Altro che Siamo pronti alla vita e altre zingarate simili: questo da solo non decide neanche quando andare in bagno!

Ipotizzare quindi che Mattarella si rifiuti di firmare l’Italicum non fa altro che denunciare una stucchevole incapacità di leggere i fenomeni nella loro pericolosa complessità, deponendo ancora una volta a sfavore di una forza politica che ha già dimostrato di avere sì il coraggio della discontinuità (sia amministrativa che soprattutto morale), ma che è ancora purtroppo affetta da un pressapochismo strategico che la rende di fatto inadatta a occuparsi efficacemente di certe questioni. (Ma possibile che non abbiano al loro interno un consulente strategico, o almeno qualcuno che sappia come funzionano le cose e che gli apra sistematicamente gli occhi?)

Detto questo, veniamo alle possibili conseguenze. Una legge elettorale con un premio di maggioranza sperequato del 15% (la lista che al primo turno raggiunge il 40% dei consensi ottiene il 55% dei seggi) rappresenta di fatto una garanzia di stabilità per il nostro sistema tripolare. Con queste regole di gioco, la battaglia è apertissima: per almeno tre motivi considero infatti assai improbabile che il Pd ottenga da solo il 40% dei consensi.

Il primo motivo è che ripetere l’exploit delle ultime Europee, quando a votare si recò solo il 57% del corpo elettorale (decretando un risultato assai diverso da quello propagandato e mistificato dalle fanfare renziane, pari cioè a un ragionevolissimo 23%: 40,8% x 57,2%), è di fatto azzardato. Se non altro, perché l’affluenza alle urne in occasione delle politiche è tradizionalmente superiore rispetto alle altre consultazioni e molti degli indecisi e/o disillusi e/o incavolati, quando si tratta di eleggere il governo centrale, si orientano tipicamente verso soluzioni di discontinuità.

Il secondo motivo è che il Pd è attualmente una polveriera parlamentare. Anche ipotizzando astute scissioni decise a tavolino nei prossimi mesi (per darsi quell’assetto multipolare in grado di trattenere a sé un elettorato sempre più eterogeneo e spiazzato) e preconizzando successivi apparentamenti durante la campagna elettorale, occorre ricordare che il premio di maggioranza non andrà alla coalizione, ma alla lista: quindi, per l’elettorato di sinistra una simile operazione di “taglia e incolla” nel giro di un paio d’anni, per quanto stemperata dai soliti media asserviti, potrebbe risultare assai indigesta, rischiando di essere seriamente punita nelle urne.

Il terzo (e più importante) motivo è che, nonostante l’attuale congiuntura macroeconomica favorevole, la politica economica e industriale di questo governo continuerà immancabilmente a puntellare quel modello di ripresa economica fondato sulla crescita ad ogni costo, ormai spossato e palesemente insostenibile anche solo nel medio termine, alimentando tensioni e fratture sociali di cui – in questi giorni – non abbiamo che cominciato ad assaggiare l’antipasto. Escludendo quindi che, nonostante le profezie compiacenti, il Pil del 2016 s’impenni nuovamente (quello del 2015 è già compromesso) e che quindi le Camere possano prontamente essere sciolte per consentire al sultanato renziano di raccogliere il dividendo politico di un effetto congiunturale del tutto estraneo alla sua azione, si arriverà verosimilmente alla prossima consultazione elettorale con un esecutivo malconcio, pieno di lividi e certamente non nella condizione ideale per assicurare al Pd l’agognato 40%.

Morale, e per farla breve: consiglio al buon Luigi Di Maio di: (a) continuare a non montarsi la testa, (b) guardarsi sempre alle spalle e (c) studiare non molto, ma moltissimo. Quello che la sorte potrebbe avere in serbo per lui rischia di superare ogni sua più azzardata previsione.