Tutto era iniziato con un hashtag, #NoAllegri. A Vinovo fa caldo il 16 luglio quando Massimiliano Allegri arriva a bordo di un suv accolto dai tifosi con il cuore infranto per l’addio di Antonio Conte. Passi per la rottura con il tecnico leccese, uomo dei tre scudetti di fila e della terza stella. Ma proprio lui, che sulla Juventus aveva sparato ad alzo zero dopo il gol di Muntari che decise di fatto lo scudetto 2011/2012, dovevano scegliere come successore? Da una bandiera a uno dei tanti che contro i bianconeri aveva urlato, agitando lo spettro dei favori arbitrali anche dopo la caduta nella polvere dettata da Calciopoli. La bufera twitterina dura poco, la sua Juventus invece ad aprile non ha ancora finito la benzina. E potenzialmente può arrivare dove non sono riusciti Trapattoni, Lippi e Capello. La Serie A è vinta (l’ultimo successo a Genova con la Samp), l’appuntamento con la Coppa Italia è fissato per il 7 giugno e il 5 maggio inizia la sfida galattica al Real Madrid. Fa forse ridere pensare al triplete ma si sorride anche guardando a quanti 140 caratteri sono stati cancellati da Allegri attraverso i risultati.

Merito anche di una squadra che, dopo stagioni nelle quali i giocatori finivano a pie’ di pagina e i titoli erano tutti per Antonio Conte, ha trovato gli stimoli per dimostrare il valore dei singoli. Perché in fondo l’allenatore della Nazionale è certamente bravo, ma poi in campo ci andavano loro, i giocatori. Per mesi si è sussurrato di un vero e proprio patto, prima che Giorgio Chiellini mettesse fine al passaparola dicendo chiaro e tondo che nello spogliatoio era forte la voglia di superare la “Juve di Conte”. Allegri, quatto quatto, ci ha messo il suo. Parola d’ordine: non stravolgere. Anche perché sarebbe stato difficile rivoltare come un calzino una squadra presa in mano a ritiro iniziato, con una tournée per il mondo già programmata e senza grandi novità dal mercato. Senza un trequartista, soprattutto. Ha saputo aspettare il momento buono per iniziare a imprimere il suo marchio. È partito con il 3-5-2 ottenendo sei vittorie consecutive in campionato. Zero gol subiti nelle prime cinque, poi il faccia a faccia con la Roma. Finisce 3-2 tra le polemiche e lui mette la squadra sotto i riflettori: “Quando hai dei giocatori così è facile”, dice.

Scivola a Genova a fine ottobre, si rialza con l’Empoli e attacca la sua musica. Nella partita decisiva per il passaggio del turno in Champions ripone Conte nel cassetto. Affronta e batte l’Olympiacos con il 4-3-1-2. Nella notte più importante, quella che poteva macchiare la stagione e rendere inutile il dominio in campionato, il tecnico toscano chiude la porta e apre un portone. Continuerà ad alternare i moduli, anche a causa di tante assenze. Ma da quel momento la Juventus è sua e cresce. Contro i greci esplode Paul Pogba e nei mesi successivi pian piano si ritrova Vidal, schiacciato dai problemi curati in fretta per il Mondiale. L’urna dice bene in Champions League e negli ottavi i bianconeri ci mettono del loro dominando il Borussia nella sua tana, nonostante l’infortunio di Pogba dopo meno di mezz’ora. Una Vecchia Signora così arzilla il mercoledì notte non si era mai vista con Conte. Doppietta di Carlitos Tevez, tornato al gol contro il Malmoe dopo anni di digiuno nelle serate da campioni. L’argentino aveva graffiato inutilmente anche contro il Napoli in Supercoppa, finora l’unica vera caduta sotto Allegri.

Il 2 marzo si chiude virtualmente il campionato con il pareggio all’Olimpico contro la Roma. E nella settimane successive il divario diventa una voragine incolmabile. La Juve annienta anche i sogni della Lazio e con qualche balbuzie – attenuata dal ritorno al 3-5-2 – supera il Monaco e torna tra le prime quattro squadre del continente. Ora la matematica certezza dello scudetto. Ai nastri di partenza nessuno aveva pronosticato l’ennesima corsa in solitaria. Sotto il traguardo qualcuno sarà andato a cancellare i tweet di scherno. Mentre lo insultavano, lui coniò subito il #finoallafine e poi ha messo in campo anche #fiuuuu, sfoderato dopo ogni vittoria importante e diventato un tormentone tra i tifosi bianconeri. Partito dalla Leccia, quartiere tra i più rossi della rossa Livorno, vince per gli Agnelli dopo aver fatto esultare Berlusconi, che glielo chiese esplicitamente: “Lei è comunista?”. Prima c’erano state Aglianese, Sassuolo e Cagliari, oltre a una carriera da giocatore svoltata a Pescara sotto il suo guru Giovanni Galeone che seppe esaltarne le doti tecniche e quel fisico asciutto da cui deriva il soprannome di Acciuga. E lo accolse a braccia aperte anche quando Allegri corse da lui dopo aver annullato il matrimonio con la sua fidanzata storica. Fumantino se stuzzicato a dovere (chiedere ad Arrigo Sacchi), oggi sorride e aspetta il 5 maggio. “Siamo in #semifiuunale”, ha twittato subito dopo il pareggio di Monaco. Ora ha messo in tasca il campionato. Ma dove vuole arrivare in questa stagione, iniziata tra gli sputi e finita a stappare champagne, lo ha già chiarito con un altro hashtag mentre tutti dicevano #NoAllegri.

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