“Sono su una scialuppa con un turco e sei cittadini greci…”. La telefonata tra la guida del gruppo di cui faceva parte, e il chirurgo turco Hakan Akkaya, si interrompe il quel momento. A ricostruirla è Cagri Karatas, un suo parente avvocato, quando scrive alla Capitaneria di porto di Brindisi nel disperato tentativo di rintracciarlo: “Sappiamo che ha chiamato più volte la guida del tour, quel giorno, il 28 dicembre entro le ore 11 e ha detto che era su una scialuppa di salvataggio, con un turco e sei greci, che stavano navigando attraverso la nebbia spessa, e grandi onde, purtroppo senza essere riconosciuti dalle navi attorno. Ha detto che avevano bisogno di aiuto urgente, ma la guida ha perso il contatto subito dopo. Il suo telefono cellulare da allora è irraggiungibile. La sua compagna Havise Savas è stata trovata morta, ma non sappiamo se era lei, il cittadino turco che si trovava con lui, in quel momento. Può una scialuppa affondare totalmente o essere fatta a pezzi in modo che non si può trovare ora?”.

È il 7 gennaio quando la mail giunge alla Capitaneria. Oggetto: “Dr. Hakan Akkaya is lost… Norman Atlantic Ferry… Need your help…!”. Sono trascorsi dieci giorni dalla tragedia e la disperazione di amici e parenti ora riemerge dagli atti di indagine, in un faldone denominato “scomparsi”, nel quale familiari disperati dichiarano persino di non aver nulla a disposizione per ricostruire il dna: “Aveva portato tutto con sé, anche pettine e spazzolini…”. La Capitaneria di porto di Bari, negli atti d’indagine, annota almeno sei irregolarità e conferma – su quanto avvenuto a bordo della Norman – la ricostruzione dell’inchiesta pubblicata da il Fatto Quotidiano il 2 gennaio 2015. “Non sono stati adottati tutti gli accorgimenti finalizzati a impedire l’accesso a bordo di persone non preventivamente autorizzate”, annota, aggiungendo che circa 7 immigrati senza documenti potrebbero essere dispersi.

Aggiunge che sono state violate le norme sul carico dei mezzi. “Ad Igoumenitsa, al ponte 4, i greci facevano caricare i camion troppo vicini fra di loro senza rispettare gli spazi minimi”, racconta un membro italiano dell’equipaggio, “inoltre, non venivano messe sufficienti rizze”. Le rizze, in gergo, sono i cavi utilizzati per fissare gli oggetti mobili, come i camion appunto. “I greci – dice un marinaio – si occupavano del rizzaggio dei camion a modo loro. Il numero delle rizze, in considerazione delle condizioni meteo avverse, dovevano essere almeno sei, mentre i greci ne mettevano talvolta anche solo una”. E aggiunge: “I mezzi pesanti erano stivati troppo vicini gli uni agli altri e anche le safety ways erano difficilmente praticabili”. La Capitaneria annota ancora: “Violazione delle norme che disciplinano il collegamento dei camion frigo imbarcati alla rete di alimentazione elettrica di bordo”, confermando la versione di una naufraga greca che rivelò al Fatto, il 6 gennaio, di aver assistito a Igoumenitsa a un’accesa discussione tra nostromo e addetti al carico “per il numero di spine dei camion frigo”. Seguono le violazioni dell’“interdizione dell’accesso ai locali garage” e alla “gestione dei passeggeri nelle fasi di evacuazione e abbandono nave”.

Il marinaio Francesco Nardulli mette a verbale: “Ho cercato di indirizzare i passeggeri, perché erano presi dal panico. Il personale di camera, che era responsabile, non se ne è occupato minimamente. Questo ha creato dei problemi perché i passeggeri si sono fiondati sulle scialuppe in maniera autonoma mettendo in pericolo se stessi e noi”. “La collaborazione dei greci nelle fasi di evacuazione? Pari a zero”, conferma Luigi Andriani, operaio motorista. Racconta la testimone Evangeli Natsiopoulou: “Ci siamo rivolti ad un membro greco dell’equipaggio per richiedergli i giubbotti, ci ha indicato un armadio senza alcuna indicazione esterna, dicendoci che all’interno vi erano i giubbotti, ma ha cercato con una chiave di aprire l’armadietto e non vi è riuscito. Solo successivamente, grazie a un’altra persona greca – non posso dire con certezza che fosse membro dell’equipaggio – siamo riusciti a ottenere un giubbetto di quelli contenuti nell’armadio. Non funzionava nessun sistema antincendio di quelli fissi”.

Sin dall’inizio la Procura ha ipotizzato che l’incendio fosse divampato proprio nel ponte 4, ed è proprio questo uno dei punti principali da chiarire, secondo i pm di Bari, Ettore Cardinali e Federico Perrone Capano. Sono indagati per omicidio colposo, naufragio e lesioni in concorso il comandante Argilio Giacomazzi, i rappresentanti legali di Visemar e Anek Lines, un dipendente della compagnia greca e sette membri dell’equipaggio. Il 22 l’incidente probatorio per ricostruire la dinamica dell’incidente.

di Antonio Massari e Andrea Tundo

da Il Fatto Quotidiano del 1 maggio 2015