L’operazione Triton incassa il triplo delle risorse. Passa anche la linea dei reinserimenti ma non il raddoppio delle quote, che restano a 5mila. Così ha stabilito il vertice straordinario europeo dopo l’ultima strage sui barconi. Le conclusioni del summit, terminato poco dopo le 21, offrono un colpo di scena in positivo e la solidarietà Ue prende corpo con una serie di misure, dall’applicabilità più o meno immediata, quantificabile in settimane o mesi. Il decalogo di proposte presentato dal Commissario Ue Dimitris Avramopoulos, ed il pressing del presidente della Commissione Jean Claude Juncker fanno breccia, dopo che anche la diplomazia ha lavorato fitto, approfittando della pressione politica, all’indomani di nuove, terribili tragedie.

Preceduto da un incontro a quattro tra Matteo Renzi, Angela Merkel, David Cameron e Francois Hollande, il vertice dà l’ok alle misure d’emergenza contenute nel piano dell’esecutivo Ue e tradotte in tredici punti. Il triplo delle risorse, assieme al rafforzamento dei mezzi per le operazioni coordinate da Frontex Triton e Poseidon (Grecia) è il piatto forte e più veloce, si parla infatti di settimane. Si passa da 3 a 9 milioni di euro al mese. Raddopierebbe poi lo sforzo comune per reinserimenti concordati secondo quote per ciascun Paese. Il progetto pilota della Commissione sui reinsediamenti su base volontaria dei richiedenti asilo non ottiene invece il raddoppio delle quote che era stato ventilato nella bozza di circolata ieri sera. Restano ferme a 5000 unità,. un numero insufficiente se parametrato ai dati forniti ieri dal prefetto Mario Morcone, capo del dipartimento immigrazione del Viminale, secondo il quale nel 2015 sono attesi tra i 170mila e i 200mila arrivi. In serata arriva l’ammissione del presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker: “Sui ricollocamenti avrei voluto un risultato più ambizioso”.

Il premier italiano Renzi esulta, giudicando l’esito del vertice un successo per l’Italia. Parla di risultato “eclatante”, di passo in avanti “clamoroso”. “Per la prima volta c’è un approccio strategico dell’Europa sull’immigrazione”. E rivendica che “i quattro punti del documento finale corrispondono ai quattro punti che abbiamo evidenziato di fronte alla Camere”. Ha detto nella conferenza stampa al termine del Consiglio Ue. Molti i Paesi che si sono già detti disponibili ad offrire i propri mezzi, tra questi Francia, Germania, Belgio, Croazia, Slovenia e Norvegia. Il premier britannico David Cameron offre un aiuto condizionato: la nave portaelicotteri Bulwark, tre elicotteri e due pattugliatori con la missione di fare operazioni di soccorso e salvataggio, in stretto contatto con Frontex e le autorità italiane, ma al di fuori di Triton. Ma a patto “che le persone salvate siano portate nel Paese sicuro più vicino, probabilmente in Italia, e che non chiedano asilo nel Regno Unito”. La Spagna, come molti altri Paesi si dice disponibile, e resta in attesa di una richiesta della Commissione Ue “dei mezzi necessari e di come si intende impiegarli” dicono fonti diplomatiche iberiche.

Si registra l’apertura della Merkel sui fondi (“Non falliremo per mancanza di risorse”) ma anche la presa di distanza rispetto ai partner su alcuni punti. “C’è una comprensione molto differente tra gli Stati membri su quello che Triton ci permette di fare”, dice la cancelliera tedesca che sottolinea lo sforzo di Francia, Germania e Svezia “che da soli accolgono il 75% dei rifugiati”. Poi la richiesta di istituire un registro comune dei rifugiati. “Siamo pronti a sostenere l’Italia ma la registrazione dei rifugiati deve essere fatta in modo adeguato secondo le regole Ue”.

Tempi decisamente più lunghi – si parla di mesi – per mettere in piedi la missione di Politica europea di sicurezza e difesa comune (Pesd). I capi di Stato e di governo sono d’accordo sulla necessità di lottare contro i trafficanti, ma ci sono molti dubbi su quale sia il mezzo migliore. L’Alto rappresentante Federica Mogherini si metterà al lavoro per studiare una “possibile operazione”. L’idea è quella di “montare” un’azione militare che preveda azioni chirurgiche, con obiettivi precisi, per distruggere i barconi prima del loro utilizzo, quindi anche sulle coste libiche. Ma da più parti piovono interrogativi e perplessità. E al di là della cornice legale, e della necessaria copertura Onu – che non è cosa di poco conto – il governo di Tripoli (uno dei tre presenti in Libia e non riconosciuto dall’Ue) ha già lanciato il suo altolà, facendo sapere, attraverso il suo ministro degli Esteri Muhammed El-Ghirani, che “non accetterebbe mai che l’Ue bombardi presunte basi di trafficanti”.

Intanto l’Onu chiede alla Ue un passo “immediato”: una missione “robusta” di ricerca e soccorso con spiegamento di mezzi navali e aerei che eviti tragedie come quelle di domenica. La maggior parte dei Paesi Ue ha però insistito per non cambiare il mandato di Triton, chiedendo che non si trasformi in un’operazione di “ricerca e salvataggio”. La missione resta così di controllo delle frontiere, perché è forte il timore, da Nord a Sud, di richiamare altri migranti.