“Taci, il nemico ti ascolta!”. Il celebre slogan mussoliniano riemerge con ben più inquietudine storico/politica dopo la visione di Citizenfour, il film su Edward Snowden che ha permesso alla regista statunitense Laura Poitras di vincere l’Oscar come miglior documentario proprio a fine febbraio 2015. Opera che, grazie alla distribuzione I Wonder Pictures e Unipol Biografilm Collection il pubblico italiano potrà vedere in una trentina di sale dall’Emilia Romagna alla Sardegna, passando per Lazio e Piemonte, da giovedì 16 aprile 2015.

Citizenfour narra, con il ritmo e la suspense di un thriller, la cronaca dell’incontro in un albergo di Hong Kong nel 2013 tra la regista, la “spia” Edward Snowden, e i giornalisti del Guardian Glenn Greenwald ed Ewen MacAskill. In questa lunga otto giorni, sorta di bed-in alla Lennon, il ragazzo rende pubblici documenti altamente riservati che forniscono le prove di una sistematica invasione di privacy operata dall’Nsa (National Security Agency) controllando telefonate, sms e email, ai danni non solo degli americani, ma anche di cittadini e governi di tutto il mondo.

Dopo una carriera di documentarista dagli esiti felici – My country, My country sulla guerra in Iraq era al Festival di Berlino nel 2006, The Oath su Guantanamo al Sundance nel 2010 – la Poitras aveva già iniziato a lavorare ad un progetto documentaristico sulle intercettazioni. Nel gennaio 2013, probabilmente per il fatto che la donna era sotto controllo tra aeroporti e ambasciate per via dei suoi lavori cinematografici, Snowden la contattò usando lo pseudonimo “Citizenfour” attraverso messaggi criptati che promettevano rivelazioni sorprendenti sul controllo globale da parte dell’agenzia governativa statunitense, ben oltre il Patriot Act post 11 settembre. Comincia proprio così il documentario della Poitras: un accompagnamento musicale insinuante, con una descrizione in campi lunghi di tutti quei luoghi in cui gli spioni autorizzati hanno costruito padelloni bianchi dalle grandi orecchie, tutti sparsi tra Utah e coste britanniche, e una sorta di palpitante attesa dei dettagli che il minuto e biondo Snowden, 33enne, ex dipendente della Booz Allen Hamilton e della Nsa con sede alle Hawaii, confesserà tra le quattro mura di una stanza d’albergo di Hong Kong. La Poitras filma l’evento, e ricorda che dopo la pubblicazione delle rivelazioni scandalo sul Guardian e il Washington Post, Snowden è stato incriminato in base ad una legge antispionaggio datata prima guerra mondiale (Espionage Act) ed è stato costretto a chiedere asilo politico a Mosca, grazie all’intermediazione di Jiulian Assange di Wikileaks, luogo in cui è stato raggiunto dalla fidanzata mesi dopo.

“Volevo parlare degli strumenti di sorveglianza che mettono in pericolo la democrazia”, ha spiegato più volte ai media internazionali la Poitras. “Snowden, Greenwald, ecc… credono in valori importanti e corrono rischi. Il documentario l’ho fatto anche per raccontare proprio i giornalisti antagonisti come loro che richiamano i governi alle loro responsabilità”. Da Citizenfour si esce dopo aver visto il presidente Usa Barack Obama rimangiarsi una promessa sul tema sorveglianza e una sinistra sfiducia nel web e nei social media con tanto di comunicazione tra Snowden e il giornalista del Guardian che avviene semimuta con uno scambio di fogliettini scritti a penna, poi sminuzzati in mille pezzettini. Una scomposizione del segreto di Stato che l’atto filmico della Portrais simbolicamente ed eticamente ricompone. In attesa di quello che sarà uno dei titoli del Natale 2015 sullo stesso tema, lo Snowden di Oliver Stone che avrà come protagonista fittizio nella parte della bionda gola profonda, Joseph Gordon-Levitt.

Il trailer di Citizenfour